Oggi, fermo
per covid19, sono andato a fare un mestiere nel bosco. Alla fine uno scarpone
è finito nella palta profonda e ho tribulato a schiodarlo per tornare a casa. Questa mini avventura mi ha fatto tornare alla mente una storia capitata molti
anni fa.
La BAITA è della Parrocchia
di Pollone. Quota 1.800 metri. Una casa imponente. Grande cucina con cantina scavata nella pietra,
una sala da pranzo e, al primo piano, gabinetti, docce e diverse stanze con
i letti a castello. Lunghi balconi su due piani. Nella ex stalla seminterrata, qualche gioco: solo per quando
c’è brutto tempo.
Noi ragazzi non vedevamo l’ora di andarci per due/tre settimane d’estate
e una (da S Stefano al 2 gennaio) in inverno. Era l’oggetto dei nostri
desideri: lontano da genitori, vicino alle fidanzate e alle avventure
(lecite) di tutti i tipi: camminate, mangiate, bevute, sciate in pista e no,
bagni negli abbeveratoi, falò, canti a scuarciagola... Se si esagerava con il
cibo o il bicchiere, era pronto il “buurun” (acqua, limone, erbe di montagna) della
Clorinda, la cuoca friulana del gruppo. Il Parroco (vecchio caro don Mario)
sempre in affanno…
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La baita di Pollone - Magneaz Ayas (AO) |
Magneaz - Ayas (AO), almeno 45 anni fa: 1° gennaio. Gente
assonnata dopo i festeggiamenti di Capodanno. Neve abbondante e bellissima.
Nessuno con voglia di sciare. Vado
da solo a fare una girata. Sci in spalla faccio i 3 km che dividono da Antagnod: villaggio, famoso a quei tempi, perché ci andava in vacanza il
Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
Arrivo agli impianti. Compero una sola
salita (allora si poteva) al “Miniera”, la pista più alta del mini comprensorio
sciistico. Gambe un po’ tremanti dopo la festa. Tempo nuvoloso e qualche fiocco
di neve. Visuale scarsa. Nessuna voglia di tornare a piedi... Le piste battute scendono a destra. Decido una roba mai studiata
prima: la prendo fuori pista, verso sinistra, in diagonale, e vedo di tornare a
Magneaz CON GLI SCI AI PIEDI! Ero contentissimo di me. Conoscevo i luoghi come
le tasche ed ero certo che non c’erano pericoli: larici, pascoli, nessun dirupo.
Trecento metri nella neve fresca e PORCACCIA sale la nebbia! Spessa. Mi
faccio guardingo per non sbattere il muso contro qualche ostacolo e per non abbracciare
una pianta... Tengo l’angolo di discesa che ritenevo giusto, però… senza vedere gnente… A un certo
punto scivola, verso valle, un ombra: un alpeggio. Bene! Se guardo la facciata
lo riconosco e… capisco dove sono. Così, sempre accorto, gli arrivo davanti.
Stavo scrutando il fronte quando capisco che qualcosa non funziona: stavo
affondando! Sabbie mobili?
Nelle Alpi
occidentali nella stalla dal’alpeggio non c’è lettiera (paglia, segatura o
foglie secche), quasi sempre però c’è molta acqua, così, alla mattina, le stalle si
lavano con un forte getto. Acqua, cacca e pipi dei bovini (una miscela
deliziosa…) vengono raccolti in una vasca – generalmente profonda un metro o poco più –
davanti all’alpeggio. Quando è piena si svuota nel pascolo sotto al fabbricato…
La vasca, nella lingua del mio paese, è ‘L PARU… (in patois di Ayas, non so). Forse il malgaro, prima di scendere a valle, non aveva avuto tempo di svuotare
tutto comme il faut…
Capito? Ero
dentro, con scarponi e sci lunghi 2,05 m: allora si usava così… Mi prende una
certa agitazione, non perché avessi paura di inabissarmi come, spaventosamente,
Victor Hugo descrive le sabbie mobili delle fogne di Parigi (cfr. I Miserabili), ma chi,
e quando, sarebbe venuto a tirarmi fuori? I miei compagni non sapevano nemmeno
dov’ero… E se, anche dopo ore, fosse arrivato il Soccorso Alpino, che figura avrei fatto stampato nella merda? Il mio
amor proprio era a terra…
Non chiedete
come ho fatto, a un certo punto ero disposto a togliere gli scarponi e lasciarli
lì con gli sci attaccati e tornare a casa solo con le calze e un brutto odore.
Invece no. Con uno sforzo sovrumano sono uscito. Poco per
volta gli sci hanno ripreso a scorrere, la nebbia si è alzata e mi sono
voltato ad ammirare 100 metri di tracce… marroni…
Poi le cose
hanno cominciato a funzionare “molto bene”…