Oggi, fermo
per covid19, sono andato a fare un mestiere nel bosco. Alla fine uno scarpone
è finito nella palta profonda e ho tribulato a schiodarlo per tornare a casa. Questa mini avventura mi ha fatto tornare alla mente una storia capitata molti
anni fa.
La BAITA è della Parrocchia
di Pollone. Quota 1.800 metri. Una casa imponente. Grande cucina con cantina scavata nella pietra,
una sala da pranzo e, al primo piano, gabinetti, docce e diverse stanze con
i letti a castello. Lunghi balconi su due piani. Nella ex stalla seminterrata, qualche gioco: solo per quando
c’è brutto tempo.
Noi ragazzi non vedevamo l’ora di andarci per due/tre settimane d’estate e una (da S Stefano al 2 gennaio) in inverno. Era l’oggetto dei nostri desideri: lontano da genitori, vicino alle fidanzate e alle avventure (lecite) di tutti i tipi: camminate, mangiate, bevute, sciate in pista e no, bagni negli abbeveratoi, falò, canti a scuarciagola... Se si esagerava con il cibo o il bicchiere, era pronto il “buurun” (acqua, limone, erbe di montagna) della Clorinda, la cuoca friulana del gruppo. Il Parroco (vecchio caro don Mario) sempre in affanno…
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La baita di Pollone - Magneaz Ayas (AO) |
Arrivo agli impianti. Compero una sola
salita (allora si poteva) al “Miniera”, la pista più alta del mini comprensorio
sciistico. Gambe un po’ tremanti dopo la festa. Tempo nuvoloso e qualche fiocco
di neve. Visuale scarsa. Nessuna voglia di tornare a piedi... Le piste battute scendono a destra. Decido una roba mai studiata
prima: la prendo fuori pista, verso sinistra, in diagonale, e vedo di tornare a
Magneaz CON GLI SCI AI PIEDI! Ero contentissimo di me. Conoscevo i luoghi come
le tasche ed ero certo che non c’erano pericoli: larici, pascoli, nessun dirupo.
Trecento metri nella neve fresca e PORCACCIA sale la nebbia! Spessa. Mi
faccio guardingo per non sbattere il muso contro qualche ostacolo e per non abbracciare
una pianta... Tengo l’angolo di discesa che ritenevo giusto, però… senza vedere gnente… A un certo
punto scivola, verso valle, un ombra: un alpeggio. Bene! Se guardo la facciata
lo riconosco e… capisco dove sono. Così, sempre accorto, gli arrivo davanti.
Stavo scrutando il fronte quando capisco che qualcosa non funziona: stavo
affondando! Sabbie mobili?
Nelle Alpi
occidentali nella stalla dal’alpeggio non c’è lettiera (paglia, segatura o
foglie secche), quasi sempre però c’è molta acqua, così, alla mattina, le stalle si
lavano con un forte getto. Acqua, cacca e pipi dei bovini (una miscela
deliziosa…) vengono raccolti in una vasca – generalmente profonda un metro o poco più –
davanti all’alpeggio. Quando è piena si svuota nel pascolo sotto al fabbricato…
La vasca, nella lingua del mio paese, è ‘L PARU… (in patois di Ayas, non so). Forse il malgaro, prima di scendere a valle, non aveva avuto tempo di svuotare
tutto comme il faut…
Capito? Ero
dentro, con scarponi e sci lunghi 2,05 m: allora si usava così… Mi prende una
certa agitazione, non perché avessi paura di inabissarmi come, spaventosamente,
Victor Hugo descrive le sabbie mobili delle fogne di Parigi (cfr. I Miserabili), ma chi,
e quando, sarebbe venuto a tirarmi fuori? I miei compagni non sapevano nemmeno
dov’ero… E se, anche dopo ore, fosse arrivato il Soccorso Alpino, che figura avrei fatto stampato nella merda? Il mio
amor proprio era a terra…
Non chiedete
come ho fatto, a un certo punto ero disposto a togliere gli scarponi e lasciarli
lì con gli sci attaccati e tornare a casa solo con le calze e un brutto odore.
Invece no. Con uno sforzo sovrumano sono uscito. Poco per
volta gli sci hanno ripreso a scorrere, la nebbia si è alzata e mi sono
voltato ad ammirare 100 metri di tracce… marroni…
Poi le cose
hanno cominciato a funzionare “molto bene”…