lunedì 9 marzo 2009

Basta la salute? 1



Basta la salute per essere felici? E’ sufficiente non avere malattie o infermita’ perche i desideri del nostro cuore si compiano? Il grande scrittore C. Pavese – probabilmente nel pieno della giovinezza e della salute - si chiedeva: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perche’ attendiamo?». La struttura dell’uomo, cio’ che lo costituisce nel profondo, e’ “attesa”. Questa attesa e’ cosi’ evidente che ci pare di sapere cosa aspettiamo ma non e’ cosi’ semplice, come ci ricorda F. Mauriac «Mi sono sempre ingannato sull’oggetto dei miei desideri. Non sappiamo quel che desideriamo». Perche’ allora ci troviamo complici con chi semplicisticamente ammette: «Cai sia ‘n poc ad salute, ciamuma nen trop…». Dove va a finire l’inestirpabile desiderio di felicita’, di bonta’, di bellezza, di amicizia di cui e’ impastato il nostro cuore? E quando la salute viene a mancare? Quando improvvisamente scompare e rimane una diagnosi impietosa? Hanno ancora senso le domande? Svanisce l’attesa? Speriamo tutti – come ci raccontano i soloni della cultura radicale – in una morte breve e “dignitosa”? Una scorciatoia verso il nulla, un nulla senza fine?

Abbiamo invitato due persone che conosciamo da anni, per aiutarci a rispondere alle molte domande che il tema provoca.

domenica 18 gennaio 2009

Biella 23 gennaio 2009

Conosco i relatori e so che non sara' una serata noiosa. Meglio loro di CSI Miami (che e' tutto dire). Cliccate sulla foto per i particolari.

giovedì 15 gennaio 2009

Storia di Nano, vitellone Valle Elvo



Buongiorno, sono un vitellone della Valle Elvo, vero figlio di queste montagne e delle vacche Pezzate Rosse Oropa (grande razza locale). Da queste parti, noi vitelloni, non siamo in tanti, la maggior parte delle mie sorelle vengono destinate a sostituire le loro mamme quando sono diventate troppo vecchie.

Ai miei fratelli maschi, la mamma da’ il colostro. Dopo 2-3 settimane dal parto vengono venduti a grossisti che li portano in pianura, nelle grandi stalle, dove diventano vitelli a carne bianca: per questa produzione siamo molto ricercati.

Io invece ho avuto un destino diverso. Un gruppo di appassionati, veterinari, zootecnici, agronomi, qualche anno fa, ha avuto questa pensata... leggi tutto

domenica 4 gennaio 2009

La realta' non e' sogno



La Chiesa romanica di San Martino ad Arnad (AO) foto del 24 dicembre 2008

L'opposto di una compagnia (guidata al destino) e' un egoismo pieno di illusioni, un'egoistica illusione, un'egocentrica illusione, vale a dire quella posizione che cerca sollievo nei propri pensieri, che e' contro la ragione. Perche' cercare la soddisfazione nei propri pensieri e' contro la ragione? Perche' la ragione e' coscienza della realta', non dei tuoi pensieri avulsi da un riferimento al reale. E' coscienza di una realta'! La ragione ti fa intuire la presenza dell'ideale e perseguire l'ideale. L'alternativa all'ideale, seguire i tuoi pensieri, si chiama sogno. L'ideale e' la realta' che tu conquisti pezzo per pezzo, passo per passo; mentre il sogno svanisce, muta e svanisce da un giorno con l'altro.


L. Giussani "Si puo' vivere cosi'?" (pag. 138) B.U.R. Rizzoli - Milano 1994

Sempre di piu' intuisco che l'unica cosa che non fa perdere il tempo e' educarsi: introdursi alla realta' totale. In parole povere. Dare un martello a un bambino piccolo, si rischia che lo usi per spaccare i soprammobili o la testa di suo fratellino. Dare lo stesso martello a un carpentiere, fa venir su l'orditura di un tetto che durera' 100 anni. Bisogna educarsi a usare tutto (tempo, soldi, letture, affettivita'...) secondo l'ideale.

domenica 21 dicembre 2008

Natale 2008 - Un imprevisto

Ieri mattina, verso le cinque, pensavo che, fra 2-3-5 anni, potrei scrivere un libro dal titolo (forse un po' complicato) "Pedalate tra la Padania e le Alpi: 100 itinerari (e pensieri sul Destino) da Biella alla Slovenia"(!). Pero' ci vogliono le foto. Cosi' ho deciso di incominciare dalla Pieve di S. Stefano a Lenta (VC). Ho inforcato la bici e ci sono andato: il risultato non sara' da grande professionista ma, per cominciare, basta.



Poi, pensando al primo capitolo del libro, mi e' venuta in mente la grande poesia di Montale "Prima del viaggio".

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni (di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si cambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio s'informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si da' un'occhiata al testamento, pura
scaramanzia perche' i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si e' tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto e' O.K. e tutto
e' per il meglio e inutile.
E ora che ne sara' del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato
senza saperne nulla.
Un imprevisto e' la sola speranza.
Ma mi dicono
ch'e' stoltezza dirselo.


(E. Montale in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1984)

L'unica novita' e' il MISTERO, come, tante volte, Don Giussani diceva. Tutto il resto e' scontatezza. Il Natale e' la festa della Novita'.

Auguri da Costante, Annamaria, Valeria, Matteo, Yulia

domenica 17 agosto 2008

E-mail al Ministro Brunetta

Sempre sul tema del lavoro, pubblico l'e-mail che ho scritto al Ministro.

Inviato a r.brunetta@governo.it
Il 14 agosto 2008 ore 10.13

Chiarissimo Signor Ministro, sono l’agronomo della Comunita’ Montana Alta Valle Elvo. Questa si trova tra la provincia di Biella e la Valle d’Aosta. Stamane mettevo al corrente il Segretario dell’Ente, sull’attivita’ dell’ufficio del quale sono titolare da 27 anni. Avevo 27 anni nell’1981 quando sono arrivato, oggi ne ho 54: meta’ vita fuori e l’altra meta’ dentro la Comunita’. Il Segretario ha visto l’ultimo articolo al sito dell’Ufficio agro-forestale (quello sulle borse di studio) e mi ha suggerito di metterLa al corrente di quanto si sta facendo e di quanto si e’ fatto in questi anni. Il sistema piu’ comodo e’ quello di inviarLe alcuni links. Sono il primo a essere convinto che alcune cose sono immensamente noiose da leggere: la somma dei programmi annuali dal 1981 al 2007, in questo senso, e’ un capolavoro. Ma e’ tutta una vita professionale descritta.

Le auguro una proficua permanenza al Ministero e un sereno periodo feriale, anche a nome dell’Assessore Rinaldo Finotto.

Costante Giacobbe

Si vedano i siti:

http://agroforesteelvo.blogspot.com

http://agroforesteprogrammi.blogspot.com

http://manzove.blogspot.com

sabato 16 agosto 2008

Noi biellesi lavoratori

Sempre a proposito del "lavoro" ecco alcuni aforismi, coniati non so da chi, ma imparati - quasi tutti - dal mio amico Ercole Morino, grandissimo e intelligente "lavoratore" (mia libera traduzione dal piemontese).

Ai pulitich parlu tant e fan mai gnente. Nui parluma poch e fuma tant.

I politici quando parlano incantano, ma alla fine non concludono niente. Noi (bonta' sua), che siamo cresciuti con la cultura del lavoro, facciamo tanto senza parlare.

As fa mai al travai due vote o anche As pia nen an man al travai due vote, as va vanti pre fac.

Non si prende in mano il lavoro due volte: si costruisce, si chiude e si prosegue sul costruito.

Venta cerche da fe tant travai e poca fatiga, ti 'nvece tfe' tanta fatiga e poch travai.

Bisogna trovare il sistema di fare molto lavoro e poca fatica. Tu [cosi’ operando] fai tanta fatica e poco lavoro: per insegnare un metodo servono “i maestri”.

A l'ha nen dimetusi al Signor dan tla cros.

Non si e’ dimesso il Signore dalla croce

Dumse da fe. Da chi dui ore l'e' gia ses ore, da chi dui di' l'e' gia mercu.

Non perdiamo tempo. Tra due ore sono le sei (del mattino) e tra due giorni e' gia' mercoledi'. Questo ultimo aforisma mi e' stato suggerito dal mio buon amico e collega (dottore agronomo) Adriano Belliardo da Roccabruna (CN)

venerdì 15 agosto 2008

Il lavoro: c'e' un mondo da finire

Oggi, festa dell'Assunzione di Maria SS., oso mettere a tema "il lavoro". Il tempo dell'azione (anche un pensiero e' un'azione, ci ricordava sempre Don Giussani), dal risveglio a quando ci si addormenta di nuovo. 16-18 ore al giorno: ufficio, famiglia e tutto quello che si riesce a fare per collaborare con il Padre a completare il mondo e la nostra vita. Lo faccio pubblicando 2 "pezzi". Il primo e' di Padre Michail Scik: ebreo russo, convertito all'ortodossia, diventato sacerdote, mandato al confino, nuovamente arrestato e fucilato nel famigerato poligono di Butovo (sud di Mosca), il 27 settembre 1937. Il secondo e' di Don Massimo Camisasca: prete lombardo, allievo di Don Giussani, fondatore della Fraternita' Sacerdotale S. Carlo Borromeo, che ha sede a Roma. Saro' grato a chi collaborera' a rendere ancora piu' importante questa trattazione.

Ricordando mio padre
di Elisaveta Scik

Vorrei citare alcuni brani di una lettera di padre Michail proprio ad Anna Dmitrievna, la sorella della mamma: «Credo di capire la tua malattia, perché l'ho vista anche in Natasa nei primi anni della nostra vita matrimoniale. Lei ne è guarita grazie alla maternità… Stai male perché il lavoro non ti da la pace interiore che deriva dalla coscienza del dovere compiuto..., ma al contrario ti rende inquieta. Tu stessa stai giustamente scoprendo che una delle cause di questa inquietudine è che affronti il tuo lavoro con un ardente senso di amor proprio. Questo sentimento non trova mai (il corsivo e' dell'autore) soddisfazione e instilla inquietudine nel tuo cuore...


Padre Scik - foto segnaletica per il carcere

Nell'opera della nostra salvezza il lavoro, che vince tutte le tentazioni legate all'ozio, è molto importante. E’ importante, ma non deve stare al primo posto. Il primo comandamento che ci ha dato il Signore è: "Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l'anima", ossia rendi il tuo cuore, il tuo edifìcio interiore, un altare, dove venga glorificato incessantemente il nome di Dio. Di conseguenza, il primo dovere del cristiano è stare attento a se stesso, e tenere in ordine l'altare del proprio cuore con la preghiera e l'amore al prossimo, che è il secondo precetto evangelico. Il lavoro, invece, viene dopo, e pecca gravemente contro le regole di una sana vita interiore cristiana chi nelle proprie premure e nel proprio agire mette il lavoro a un posto che non gli spetta. Così facendo, neppure il lavoro ci guadagna ma, anzi, viene inevitabilmente infestato da pensieri, sentimenti e desideri vani…

Ho detto che il lavoro è solo al secondo posto, sì, proprio al secondo, ma non al terzo, al quarto…, perché se lo si fa retrocedere dal secondo posto, nel vuoto che ha lasciato, si insinuano la pigrizia, la trascuratezza e altri vizi... In cosa consiste, allora, un atteggiamento coscienzioso dal punto di vista cristiano verso il proprio operare? Nel fare tutto ciò che è richiesto, e anche di più, senza lesinare gli sforzi, ma anche senza fissarsi sui risultati».

“La Nuova Europa” trimestrale RC Edizioni, n° 4-2008 pag. 75 – Seriate (BG)

Il lavoro, la strada per imparare ad amare
di Massimo Camisasca

Il secolo ventesimo sarebbe dovuto essere il secolo del lavoro. E, in un certo senso, lo è stato. Il lavoro è diventato tema di studi, di lotte, di guerre, ha segnato la nascita di partiti e di associazioni. Interi movimenti che hanno attraversato il secolo si sono ispirati alla promozione dei lavoratori, come, per esempio, il movimento comunista, quello socialista e quello cattolico. Ci sono stati però anche milioni e milioni di lavoratori uccisi, perché non rientravano nello schema della rivoluzione programmata. Il nazismo, poi, ha fatto scrivere sarcasticamente sulla porta di Auschwitz «il lavoro rende liberi». Anche la Chiesa ha parlato di lavoro ai lavoratori. Soprattutto dopo Leone XIII, esso ha occupato una parte importante nella dottrina sociale che si è andata sviluppando e diffondendo anche attraverso le grandi encicliche di Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, e Paolo VI.
Ma, più in generale, il novecento ha visto, soprattutto nella sua seconda parte, un grande offuscarsi del senso e del gusto per il lavoro. Ritengo che questo sia uno dei mali più gravi della nostra società. Perché qualunque vocazione si abbia, il lavoro decide della nostra vita. Quando manca il lavoro, l’uomo non può esprimere se stesso, perde il rapporto con la realtà, non si sente amato e non ama.
È stato certamente uno dei tanti meriti del magistero di Giovanni Paolo II, che era stato operaio negli anni della sua giovinezza, di riportare al centro dell’attenzione degli uomini la realtà del lavoro e della sua contraffazione. E certamente vi è una profonda similitudine tra ciò che ha detto Giovanni Paolo II e il cuore del magistero di don Giussani sul lavoro, raccolto nel volume L’io il potere, le opere.
Dedichiamo al lavoro questo numero di Fraternità e Missione di luglio, mese estivo, mese di vacanza, proprio perché in vacanza possiamo pensare al senso del nostro tempo lavorativo.

I. Un rapporto creativo
Il lavoro dell’uomo, qualunque esso sia, non riguarda un aspetto marginale della sua personalità. L’uomo matura attraverso il lavoro, perché attraverso di esso prende coscienza di se stesso e della realtà, da cui dipende, ma che può anche contribuire a cambiare e a trasformare. Si capisce perciò come mai il lavoro coincida con la nostra vocazione.
Quando la persona non è stata educata a lavorare, o di fatto non può lavorare, rimane come rattrappita, si chiude su se stessa, non conosce più la vita e la promessa d’infinito, la speranza che vi è contenuta. Invece, attraverso il lavoro l’uomo entra in rapporto con le persone e le cose. Accade sempre così, sempre l’uomo necessita di un rapporto creativo con la realtà.
Il suo conoscere se stesso e il mondo procedono assieme.

II. Purificazione
Quando Adamo ed Eva vengono cacciati dal paradiso terrestre, Dio, che aveva posto l’uomo nel giardino dell’Eden perché lo custodisse e lo coltivasse (Gn 2,15), rivolge a loro delle parole molto significative e terribili. Dice che a causa della loro disobbedienza, il suolo della terra sarebbe stata maledetto. Avrebbe dato ancora i suoi frutti, ma attraverso il duro lavoro. Il pane avrebbe richiesto il sudore del volto (Gn 3,17-19). Proprio queste parole ci spiegano la stretta relazione fra l’uomo, il lavoro, e Dio. Non soltanto attraverso il lavoro conosciamo noi stessi, non soltanto partecipiamo all’opera della creazione, ma, più in profondità, realizziamo quella purificazione che ci fa tornare a Dio. Dio ci chiama a servire il suo disegno attraverso il lavoro.
Il lavoro non è dunque soltanto condanna. Non è soltanto fatica, peso. Tutto ciò è una condizione inevitabile, ma non l’essenza. Purtroppo oggi molti sono chiusi a una considerazione intera del lavoro, e vedono soltanto la fatica, e cercano di sfuggire ad essa. Ma in questo modo, sfuggono alla loro crescita umana. L’uomo infatti non ha mai un rapporto soltanto speculativo con la realtà, e neppure uno ludico. Non pensa soltanto e non gioca soltanto, ma vuole anche creare e trasformare. Per questo Dio ha creato un mondo incompiuto e ha affidato all’uomo il suo compimento.

III. Entrare nell’opera di Dio
Ma ancora di più, per coloro che credono, che sono stati battezzati, il lavoro è la strada fondamentale per la loro partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Attraverso di esso, quando è vissuto nella memoria di Cristo, le cose ritrovano lentamente il loro posto, le persone il senso della loro vita, il creato l’unità perduta nel peccato originale. Non è un caso che san Benedetto abbia legato la preghiera al lavoro, vedendoli non come due momenti successivi della giornata, ma come due espressioni della nostra vita che si integrano e si correggono a vicenda. Non si può vivere infatti solo per lavorare, non si può sacrificare tutto al lavoro. Esso non è un bene assoluto, serve in quanto porta l’uomo a collaborare al disegno del creatore, ad entrare nell’opera di Dio, a partecipare all’edificazione del Regno. Per questo il silenzio all’inizio della giornata ha un peso decisivo ed è ancora più importante di quello della sera.
Il desiderio del lavoro unito a quello del giusto riposo è l’espressione di una vita cristiana sana. Non ci può essere vita cristiana senza desiderio di lavoro. è per me un’esperienza terribile vedere persone che hanno come ideale della vita lavorare meno, o non lavorare affatto, persone terrorizzate dalla fatica, che non sentono bruciare dentro di sé la passione per l’incompiutezza del mondo.

IV. Servire Cristo
Il lavoro è la strada fondamentale della nostra partecipazione all’edificazione del corpo di Cristo. Questo è infatti il senso esauriente dell’esistenza: servire Cristo.
La strada per imparare ad amare è cominciare a servire. È proprio la quotidianità del servire che fa entrare nel ritmo dell’amore. Il ritmo dell’amore vero, dell’amore maturo, è la fedeltà. Soltanto il servire fa entrare in questo ritmo. A poco a poco non ci si accorge quasi neanche più di servire. Ci si accorge soltanto di amare.
Attraverso questa strada, la quotidianità del lavoro, si realizza la cosa più grande che esista al mondo: si impara ad amare Cristo.

Fraternità e Missione, il mensile della Fraternita san Carlo
luglio 2008

giovedì 7 agosto 2008

Come sono diventato biker


9 agosto 2008 sul Canale Cavour, foto del mio socio Michele Defrancesco

Caro Paolo, a cinquant’anni e passa, dopo qualche altra esperienza sportiva, sono passato al ciclismo. Anche il motorino, che lo scorso anno mi ha appassionato, lo trovo oggi meno entusiasmante. Ho cominciato per caso. Una sera, verso le sei, sono tornato a casa dal lavoro, stanchissimo e annoiato. Cosi’ – per svagarmi - sono andato nel fienile, utilizzato come deposito, e ho tirato fuori la vecchia economica mountain bike di mia figlia. Probabilmente erano 7-8 anni che nessuno la usava e comunque, anche negli anni d’oro, era stata usata pochissimo. Con l’indispensabile aiuto del mio amico Lido, che a casa ha un’intera officina e la sa usare, nel giro di 2 ore, la bici era come nuova: ero raggiante!

Per la verita’, nella primavera di questo anno, con alcuni amici, avevamo gia’ fatto un piccolo tour con mtb in affitto: il giro del Lago di Candia (TO). Forse e’ stato quel giorno che ho ripensato, dopo 40 anni, al velocipede come strumento d’avventura.

Nelle settimane successive ho incominciato a utilizzarla spesso. La trasportavo nel bagagliaio della Fiesta, o in quello della Touran, ma c’e’ il pericolo di rovinare l’auto. Poi ho i tendini della spalla destra che sono un po’ stracchi: infilare la bici nel portellone, alzarla, farla scorrere, mi faceva male. Cosi’ mi sono deciso a comperare un portabici svedese (costa un’occhio), da appendere al portellone posteriore. Non ti dico che fatica a montarlo. Si e’ messa anche la Yulia ad aiutarmi: le istruzioni non le voleva leggere, tutto intuito femminile, veniva buio, volevo piangere dalla rabbia. Alla fine e’ andato tutto a posto, ma sono andato a letto che mi tremavano le mani.

Pedalo quasi esclusivamente in pianura, siccome abito in montagna, carico “il mezzo” e parto. Di solito faccio 30-50 km in macchina, arrivo nei paesi della prima pianura vercellese o novarese, monto sul sellino e riparto. La penultima uscita stavo percorrendo la strada che va dalla centrale nucleare di Trino a Livorno Ferraris (VC), ad un certo punto si attraversa il Canale Cavour. Ero stanco e accaldato, cosi’ mi sono fermato a guardare l’acqua. Vicino al ponte c’e’ un grande partitore, cosi’ , cercando di ricordare qualcosa dell’esame di “idraulica agraria”, fatto con grande successo - l’unico 30 e lode della mia carriera -, ho pensato a quanti sacrifici umani, tecnici ed economici, deve essere costata quest’opera straordinaria. I giorni seguenti, girando su internet, ho scoperto che, in Provincia di Novara, molte strade d’alzaia (quelle che fiancheggiano il canale), sono state trasformate in piste ciclabili. Cosi’ mi sono riproposto di percorrere tutta questa grande via d’acqua: da Chivasso al Ticino. Dal cuore del Piemonte alla Lombardia… a tappe, naturalmente.

Sabato scorso sono andato a Recetto (NO, vicino a Ondaland), ho inforcato la bici e sono arrivato al Sesia: volevo vedere come il Canale attraversa il fiume. Ho visto, mi sono stupito dell’ingegno umano e sono ripartito alla grande (16-18 km/h di media… non mao mao micio micio!). Putroppo non ho tenuto conto del crak strutturale dei copertoni. Gomma a terra. Ho pensato a una perdita dalla valvola, una foratura per una spina di robinia… Sta di fatto che, dalle 11 di mattino, dopo essere andato a mangiare un panino e a cercare un ciclista sino a Novara. Non averlo trovato (uno in ferie, l’altro troppo occupato per una gara). Dopo essere tornato sui miei passi. Aver trovato finalmente un signore disposto ad aggiustarmi la gomma. Aspettato la riparazione. Pagato. Ricaricato la bici. Verificato,con dolore, che la gomma era di nuovo a terra. Sono dovuto tornare mesto-mesto (si erano fatte le 7 di sera) dall’amico Lido. L’uomo, il tecnico, l’esperto ha sentenziato: copertoni secchi, bisogna sostituire. D’altra parte sono vissuti 8 anni in un fienile, non si puo’ pretendere. Adesso ho 2 gomme nuove di fabbrica con battistrada “ibrido”, ½ strada e ½ da campagna: una sciccheria.

Cosi’ ho voluto strafare. Domenica avevo promesso al Teo e al suo amico Pietro di accompagnarli a Piedicavallo: loro avrebbero attaccato la salita che porta al rifugio Rivetti, io gironzolato nei paraggi (con l'eta', la lunga discesa mi fa venire male alle ginocchia). Invece, al posto degli scarponi, ho preso la bici e, nell’attesa degli alpinisti, ho provato la salita da Rosazza a Bielmonte: 13,5 km, 2 ore e 30 sul sellino, non so quale dislivello, ma a me e’ sembrato himalayano (media 5,2 km/h, facevo prima a piedi)

Sabato prossimo torno a Recetto e riprovo, piu’ attrezzato ed esperto, le strade di alzaia: se vuoi venire mi fara’ piacere, ma, ricorda, la strada la decido io, tu… pedali!

Tuo, Costante

domenica 13 luglio 2008

Tour in Slovenia - Passando dalla Carinzia



colazione agrituristica slovena

Una settimana di vacanze e un piccolo tour per la Slovenia. L’idea iniziale era di mio fratello Gianni: ci sono posti incantevoli! Cosi’ dal 6 (domenica) al 12 luglio 2008 (sabato), con Annamaria e Yulia, siamo andati in avanscoperta. La prima sera ci siamo fermati a Moena per salutare la signora Lia (mamma dell’amico Andrea e nostra ospite in altre occasioni).

Il giorno seguente la Yulia ha potuto stupire di fronte alle Dolomiti: passo Sella e Gardena con spuntino al lago di Anterselva. Ci aspettava il Santuario di Maria Luggau in Carinzia. Peccato il tempo. Appena arrivati in Lesachtal, dalle parti del Santuario, e' iniziato a piovere e ha smesso 24 ore dopo: martedi', verso le 16.

Martedi' 6 abbiamo passato la tarda mattina, e parte del pomeriggio, in un centro commerciale a Villach, aspettando il bel tempo che non arrivava. Cosi', in piena bufera, nel primo pomeriggio, siamo partiti per la Slovenia. Si vede che era destino. Varcato il confine e' ricomparso il sole, cosi' abbiamo potuto vedere, nel suo splendore, il massiccio del Triglav: parco nazionale sloveno. Ci siamo fermati per la notte a Bled, nei pressi del lago.

Il giorno dopo (mercoledi') ci siamo trasferiti a Boinj, altro lago, forse piu' bello del primo. Dopo aver percorso una strada di montagna che ha lasciato perplesse le due signore, siamo arrivati a Scofia Loka. Qui avevamo l'indirizzo di un agriturismo davvero bello: Pri Marku, diretto dalla Signora Betty. Visita alla citta'. Un borgo medievale con il suo castello.

Giovedi' siamo arrivati a Lubiana e abbiamo girato per il centro e non: visita all'Ente del turismo sloveno, dove non hanno risparmianto pieghevoli e guide. Nel pomeriggio - dopo aver pranzato con un gelato e 1/2 kg di lamponi comperati al mercato - siamo ripartiti per la Lagorsca Dolina (dolina=valle). Le signore avevano qualche dubbio che la strada fosse giusta perche', nonostante la fama, i luoghi erano un po' isolati. Comunque, anche qui, ospitalita' genuina (vedi sito).

Venerdi', giu' dalle valli. Autostrada. Tangenziale per evitare Lubiana e arrivare nel primo pomeriggio alle grotte di Postumia, che avevo visto da piccolo (piu' di 40 anni fa). Passaggio un po' difficoltoso dai 29 °C dell'esterno agli 8 della grotta. Dentro c'e' un trenino elettrico che percorre i primi 2 km, il 3° si fa a piedi con la guida (simpatica) che parla italiano e condisce la visita con riferimenti alla situazione politica della nostra nazione. Ricerca, un pelo piu' difficoltosa dei giorni precedenti, di un agriturismo in grado di accoglierci. Tuffo in piscina e cena con pure' di spinaci e stufato di "puledro". La Yulia non capisce cosa c'e' nel piatto. Quando glielo spieghiamo inorridisce ma finisce regolarmente la pietanza.

Sabato e' ora di tornare. Peccato una coda interminabile (forse 1 ora e mezza) a Latisana. Arriviamo a Biella in piena bufera: acqua, vento forte e grandine grossa. Ci fermiamo a ridosso di un muro ma non basta. Pare che i danni alla Touran ammontino a 2.400 €. Speriamo nell'assicurazione.

Note tecniche: la Touran percorre, nel misto, quasi 16 km con un litro! Abbiamo speso, per pernottamento e colazione, in media, 28 € a testa e 10 € al pasto. Non si puo' dire che siamo degli spendaccioni.

Qui per le fotografie

martedì 13 maggio 2008

Pellegrinaggio a S. Caterina del Sasso



Sabato 10 maggio 2008 ho inaugurato l'anno motorinistico. Sono partito alle 8.45 da Pollone e, verso le 13.30, dopo un panino ad Arona, sono arrivato a Stresa. Mi sono imbarcato e, 15 minuti dopo, sono arrivato all'eremo di S. Caterina del Sassoballaro (VA). Ho detto il S. Rosario davanti alle spoglie del Beato Alberto e sono ritornato - via Mottarone, Cremosina - alle 19 a casa: quasi morto di freddo.

Note tecniche: motorino Peugeot Vivacity 50 cc., di proprieta' di mio figlio Teo. Andata via Cossato, Romagnano, Grignasco, Boca, Borgomanero, Arona, Stresa. Ritorno attraverso Gignese, Gozzano, Cremosina, Borgosesia, Crevacuore. km totali circa 185.
Problemi: si brucia sempre la lampadina del faro anteriore, forse l'impianto elettrico non sopporta il mio peso moltiplicato i km!

Pellegrinaggio consigliato da Paola Mersi, che ringrazio della segnalazione.

Cliccate per vedere la fotogallery.

martedì 15 aprile 2008

Giussani legge Eliot


Valle del Cervo - Strada abbandonta vicino a Riabella (aprile 2008)

Occorrebbe mandare questa pagina di Giussani a tutti i nuovi e vecchi politici che - da domani - sederanno nei 2 rami del parlamento: e' il significato piu' vero di "moralità".

All'inizio del V° coro [Cori da "La rocca" 1934], Eliot scrive: «O Signore, difendimi dall'uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro: perché il cuore è su tutte le cose fallace, e disperatamente malvagio».
Le «eccellenti intenzioni» le chiameremmo adesso "virtù comuni", vale a dire l'atteggiamento morale o moralistico. Difendimi dall'uomo che vuol salvare i valori morali, ma ha il cuore impuro; il cuore impuro è quello che non riconosce il fatto da cui le virtù derivano. Se un intellettuale, per esempio, ha una grande stima dell'uomo, che è un fatto creaturale, naturale, ma non accetta, non riconosce che l'uomo è una creatura, che è stato creato, perciò non accetta l'oggettività dei dinamismi umani, allora, quale virtù sottolineerà questo intellettuale o questo leader? Sottolineerà le virtù che più gli importano: se, per esempio, è un uomo alla guida di un governo, sottolineerà le virtù che fanno comodo al suo governo, vale a dire che tendono a mantenere lo status quo. Invece cercherà di obliterare quelle che lo seccano, che gli creano complicazioni.

Un caso tipico è stato quello di un noto scrittore italiano, Italo Calvìno, il quale un po' di anni fa scrisse un articolo sul «Corriere della Sera» in cui magnificava la dignità dell'uomo. Ma la dignità dell'uomo da cosa deriva? Secondo quell'articolo di Calvino, deriva dalla formazione sociale: l'uomo è concepito in funzione della realtà sociale, è la realtà sociale che lo sviluppa e gli da dignità, perciò non si può parlare di diritti naturali. L'aborto, allora. Nessuno, infatti, ha diritto alla vita: perciò l'aborto è una cosa lecita, se la dignità è conferita alla persona dalla società e se la società decide che all'origine la persona deve avere un certo equilibrio psicofisico, altrimenti è meglio sopprimerla. Nessuno ha diritto di dire: «Io ci sono, non potete toccarmi». In questo caso Italo Calvino ha avuto eccellenti intenzioni, quelle di affermare la dignità dell'uomo, ma un cuore impuro perché non ha riconosciuto il fatto da cui deriva la dignità dell'uomo.

Tutti coloro che adesso affermano le cosiddette "virtù morali" agiscono in questo modo: hanno eccellenti intenzioni, ma un cuore impuro, perché la radice delle virtù comuni, ma anche delle virtù non comuni, è una realtà obiettiva che non dipende dalla società, ma dipende dal fatto creaturale per cui l'uomo è stato fatto da Dio.
Perciò: «O Signore, difendimi dall'uomo che ha eccellenti intenzioni». Una eccellente intenzione è quella di avere uno Stato tecnocraticamente a posto con una funzionalità industriale adeguata, e affermare il valore tecnocratico che è un fattore necessario per l'incremento e la potenza del popolo. Ma se in nome di tutto ciò si deve trascurare, per esempio, la gente che non ha determinate capacità ("de minimis non curat pretor"), o la gente che non ha determinate possibilità di difesa...

«O Signore difendimi dall'uomo che ha eccellenti intenzioni e cuore impuro: perché il cuore è su tutte le cose fallace, e disperatamente malvagio.»
È malvagio chi non riconosce, chi inventa, chi "fissa" lui. Proteggimi, perciò, dal nemico che ha qualcosa da guadagnare. Proteggimi dal nemico che ha qualcosa da guadagnare e dall'amico che ha qualcosa da perdere, cioè dall'amico che, fin quando gli vado bene e corrispondo, allora mi difende, quando non gli corrispondo più mi abbandona. Guardami dall'amico che ha qualcosa da perdere.

Luigi Giussani "Le mie letture" BUR Rizzoli Milano 1996 (pagine 118-120)

sabato 29 marzo 2008

Cosa ci è costato l'Ulivo e l'Unione?


Primavera a Pollone, regione Pratibei, nel Biellese

A ottantadue amici ho mandato questo articolo, con un messaggio: "se avessi le capacita', la cultura, la sensibilita', l'avrei scritto io! Leggetelo, mi ringrazierete..."

L'articolo e' tratto da Tempi (diretto da Luigi Amicone) del 27 marzo 2008

Prodi, Visco, Padoa-Schioppa, D’Alema, Bindi… La compagnia dei curatori fallimentari dell’azienda Italia si prepari a scomparire dalla storia politica di questo paese. O per lo meno dall’orizzonte di chi, su questa sfortunata caravella alla deriva nel Mediterraneo, rappresenta ancora l’ultimo marinaio che rema e resiste alla corrente magrebina, “l’invicibile Lombardo-Veneto” per dirla con Umberto Bossi.

La medaglia d’oro che i posteri appunteranno sulle giacche incartapecorite delle anime morte che in meno di tre lustri hanno eutanasizzato l’economia, la cultura, la società italiana, sarà una bella spilla su cui campeggeranno simboli vegetali. La quercia, l’ulivo, la margherita e, appiccicata per non dimenticare i meriti di Bertinotti, una colombella di pongo della pace. I curatori fallimentari sono la bava parlamentare (l’ultima, si spera) del combinato disposto giudici-collettivo giornalisti che negli anni Novanta rovesciò l’Italia come un calzino al solo scopo di macellare i partiti che, sia pur nel tanto difetto, permisero all’Italia di risorgere dalle ceneri della guerra e campare (e bene) fino ai magnifici anni di Tangentopoli. Anni in cui un poliziotto di cui un giorno non si ricorderà neanche il cognome (e di cui non si è mai capito come abbia fatto a prendere la laurea in tre anni e restituire i prestiti in scatole di scarpe invece che nei normali sportelli bancari) divenne l’eroe di una stagione di valori che stende le sue sporche mani pulite fino ai nostri giorni.

Tutto ciò solo per salvare un compagno G, l’ex-neo-post comunismo al rublo di Mosca, le scalate Telecom, il tesoretto di una coppietta di funzionari Unipol, una pletora di funzionari. E per veder crepare in terra straniera uno dei pochi statisti che l’Italia conobbe, l’Italia delle sempre ricorrenti pulsioni catto-sovietiche.

Ci fu, è vero, tra il 2001 e il 2005, la parentesi di un governo liberale, dopo il primo rovesciato dal regimetto scalfariano. Ma come è noto – sebbene il Cavaliere seguiti ancora oggi ad aggrapparsi all’Osservatorio di Siena per convincersi di aver onorato il “contratto con gli italiani” all’85 per cento – la parentesi del Berlusconi II finì sotto le Torri Gemelle, lo shock economico a seguire, i Casini della coalizione e, a dirla tutta, sotto il fuoco del doppio combinato disposto magistratura-girotondini/sindacato-corporazioni, che sciamò a milionate di cammellati in piazza, scialando i salari dei lavoratori italiani e le royalties dei compagni della nazionale comici&cantanti in adunate oceaniche di pensionati e antagonisti napoletani (e siamo ancora qui a parlare di “massacri polizieschi” al G8, roba da giornalisti della Striscia di Gaza).

Venne poi l’Unione seria e solidale. E come si sa, fu tenebra su tutta la terra. Oggi, primavera dell’Anno Domini 2008 in cui Roma è diventata la capitale di frontiera tra l’Europa e l’Africa, quel che resta delle settima potenza economica mondiale è un fanalino di coda che ticchetta su un’automobile in panne ferma sulla corsia d’emergenza. Un’automobile guidata da ubriachi che hanno travolto le forze produttive del paese e che, dopo aver messo sotto immondizia anche l’oro del sole e del mare di Napoli, hanno pure la faccia di bronzo di presentarsi come il “nuovo”.

Ora, nonostante il tasso alcolico dei conducenti del Pd sia ancora elevato, un bicchierino di buona grappa lo vogliamo lo stesso innalzare al prode Walter e a tutti quelli che, come lui, industriali, giornalisti, banchieri, sono stati volenterosi fiancheggiatori dello sfascismo italiano (che essendo a targa “de sinistra”, non poteva non regalare dividendi e stock option euromilionarie al peggior capitalismo di rapina).

Onore dunque a chi, dal ’94 in avanti, ha sostenuto con figurine Panini, festival, libagioni ed endorsement sui giornali lo splendido boiardo Iri, il cavolino di Bruxelles portato sull’onda degli editoriali di Economist e Financial Times per ben due volte al governo di Roma e per vendere le ultime robe italiane ai poteri forti d’Europa. Un brindisi che non ci viene suggerito dall’imbonitore di destra Silvio Berlusconi, ma dal professore di sinistra Luca Ricolfi. Perciò, onore, prosit e cin cin al fatto che «ancora nel 1995 il reddito pro capite dell’Italia era il 4,7 per cento in più rispetto al livello medio dell’Eurozona, oggi è il 6,2 per cento in meno».

Tempi

mercoledì 19 marzo 2008

Buona Pasqua con Anton Cechov


Il lago Kryvoye, nella Regione di Vitebsk (Bielorussia) da "Nad niebam Bielarusi" di A. Kliasciuk, Minsk 2005

Per gli auguri di Pasqua ci facciamo aiutare da un grande: Cechov.

Ivàn Velikopolski, studente dell’accademia ecclesiastica, figlio di un chierico, torna dalla caccia agli uccelli di passo. Il tempo, da principio, era bello, poi si e’ alzato un vento freddo che ha fatto gelare le pozzanghere: un clima quasi invernale, anche se siamo al Venerdi’ Santo.

Torna verso casa, stanco per la giornata di caccia e affamato per il digiuno. Sulla strada c’e’ la capanna di due vedove, Vassilissa la madre e Lukeria la figlia. Queste hanno acceso un fuoco nel cortile e Ivàn si ferma a scaldarsi un po’.

Senza una ragione apparente inizia a raccontare, alle due donne probabilmente analfabete, la notte tra il giovedi’ e il venerdi’ santo di Simon Pietro e il suo triplo tradimento del Maestro.

Termina il racconto con le parole del Vangelo: « E usci’ fuori piangendo amaramente».

Ma lasciamo raccontare Cechov:

Lo studente sospirò e si fece pensoso. Continuando a sorridere, Vassilissa a un tratto singhiozzo’, delle lacrime, grosse, copiose, le corsero per le guance, ed ella con la manica si fece schermo al viso contro il fuoco, come vergognandosi delle proprie lacrime, mentre Lukeria, guardando immobile lo studente, arrossì, e la sua espressione si fece penosa e tesa, come quella di una persona che reprima un violento dolore.

Lo studente augurò buona notte alle vedove e andò oltre. E di nuovo lo avvolsero le tenebre ed egli si sentì le mani intirizzite. Soffiava un vento atroce, in realtà stava tornando l'inverno e non si aveva l'impressione che posdomani sarebbe stata Pasqua.

Ora lo studente pensava a Vassilissa: se si era messa a piangere, ciò voleva dire che quanto era accaduto in quella notte a Pietro aveva qualche rapporto con lei...
Si voltò a guardare. Il fuoco solitario brillava calmo nell'oscurltà e accanto a quello non si vedeva più nessuno. Lo studente pensò di nuovo che, se Vassilissa si era messa a piangere e sua figlia si era turbata, evidentemente ciò che egli poc'anzi aveva raccontato, ciò che era avvenuto diciannove secoli addietro, aveva un legame col presente: con le due donne e, probabilmente, con quella campagna deserta, con lui stesso, con tutti gli uomini. Se la vecchia aveva pianto, non era stato perché egli sapesse raccontare in modo commovente, ma perché Pietro le era caro e perché ella, con tutto l'essere suo, aveva interesse a ciò che era avvenuto nell'anima di Pietro.
E la gioia tutt'a un tratto si rimescolò nel suo cuore, ed egli si fermò perfino un momento, per riprender fiato. Il passato - pensava - è legato al presente da una catena ininterrotta di eventi scaturiti uno dall'altro. E gli pareva di aver veduto dianzi entrambi i capi di questa catena: ne aveva appena toccato un capo, che l'altro aveva dato un sobbalzo.

E mentre traghettava il fiume sulla chiatta e poi, procedendo in salita, guardava il suo villaggio natio e verso occidente, dove splendeva la striscia sottile di un freddo tramonto di porpora, egli pensava che la verità e la bellezza che avevano indirizzato la vita umana laggiù, nell'orto e nel cortile del Gran Sacerdote, erano continuate senza interruzione fino ad oggi ed evidentemente avevano sempre costituito l'essenziale nella vita umana e, in genere, sulla terra; e un senso di giovinezza, di salute, di forza - egli non aveva che ventidue anni - e l'attesa inesprimibilmente dolce della felicità, di una sconosciuta, misteriosa felicità, si andavano impossessando di lui a poco a poco, e la vita gli pareva affascinante, prodigiosa e colma di un alto significato.


tratto da "Lo studente" di A. Cechov in "Racconti" volume 2°, Bur Classici - Milano 2002

lunedì 17 marzo 2008

L'intervento di don Carròn

Don Carron, con questo articolo, comparso su El Mundo il 29 dicembre 2007, ha indirettamente e magistralmente risposto a quanto avevo chiesto con la lettera che compare sotto. La traduzione e' del "Foglio" di Giuliano Ferrara.

Siamo di fronte a un fatto strano. Indiscutibile. L'appello a intervenire alla manifestazione di questa domenica (30 dicembre 2007) nella Plaza de Colón di Madrid ha suscitato un moto di adesione in moltissime persone, desiderose di riunirsi per testimoniare gioiosamente davanti a tutti il bene che per loro significa la famiglia. Non dovremmo sottovalutare questa risposta.

Da decenni continuiamo a ricevere messaggi che vanno nella direzione opposta: molte serie televisive, film e molta letteratura ci mettono davanti il contrario. Davanti a questo impressionante spiegamento di mezzi, parrebbe normale che la famiglia avesse smesso di interessare. Invece c'e qualcosa che siamo costretti a riconoscere quasi con sorpresa: questo impressionante apparato ha dimostrato di non essere piu’ potente dell'esperienza elementare che ciascuno di noi ha vissuto nella propria famiglia, l'esperienza di un bene. Un bene del quale siamo grati e che vogliamo trasmettere ai nostri figli per condividerlo con loro.


Valeria e Matteo novembre 1996

Qual è l'origine di questo bene di cui siamo così grati? E' l’esperienza cristiana. Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. "Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E' lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?». E aggiunse: «Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». I discepoli gli dissero: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». (Mt 19,3-6-10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi. La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l'uomo e la donna.

E' importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più: molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: "Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L'uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno"(Spe salvi, 25).

Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affermare come ci invita Goethe: "Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente". Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che "la questione del giusto rapporto tra l'uomo e la donna - come ha detto Benedetto XVI - affonda le sue radici dentro l'essenza più profonda dell'essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: “chi sono? che cosa è l'uomo?". Davvero la persona amata ci rivela "il mistero eterno dell'esser nostro". Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l'esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene cosi grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito.

Le parole di Cesare Pavese sul piacere sì possono applicare alla relazione amorosa: "Quello che l'uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito". Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito. In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.

Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un "raggio divino", ossia un segno che rimanda più oltre, a un'altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: "Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?". Con queste parole il genio di C.S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l'uomo e la donna costituisce un esempio commovente! Se non comprende questa dinamica, l'uomo cede all'errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.

Come diceva Rilke, "questo è il paradosso nell'amore tra l'uomo e la donna; due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell'orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, ne si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l'altro è segno".

In questo contesto si può comprendere l'inaudita proposta di Gesù perché l'esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l'uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo - la Bellezza fatta carne - più della persona amata, questo rapporto appassisce. E’ Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l'impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore col tempo, si corrompa. Questa è l'audacia della sua pretesa.

Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza delta vita di ciascuno. Solo nell'ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l'altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci dì accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente.

Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione - della quale sono i protagonisti principali -, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l'altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Cosi’ si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: "Signore, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete".

Senza l'esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l'ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L'indissolubilità del matrimonio e l'etenita’ dell'amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla e’ impossibile”. Solo una tale esperienza puo’ mostrare la razionalita’ della fede cristiana, come una realta’ che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.

Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la miglior proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilita’ di questa relazione la loro ragione e la loro liberta’ vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. E’ la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare.

Juliàn Carròn

sabato 15 marzo 2008

Lettera a don Julian


Pollone (BI) S. Stefano 2007

Carissimo don Juliàn,

sono di fronte al fallimento di molti matrimoni. Amici e parenti, anche dopo molti anni, si lasciano o vivono nella stessa casa senza avere nulla da condividere. Queste persone non sono peggio di me, spesso, umanamente, sono affascinanti e buone. Traggono criteri e giudizi sull’esistenza dalla cultura dominante: Io sono una somma di desideri da soddisfare. Noi, che abbiamo incontrato – non per merito - il Movimento e la sua grande esperienza educativa, sappiamo che “Io, sono Tu che mi fai”. Se sei Tu che mi costruisci, puoi decidere di farmi attraversare momenti duri e di insoddisfazione che sono, comunque, la possibilita’ della felicita’ presente e futura. Ricordo la sintesi dei Promessi sposi – vado a memoria – “i guai quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore”.

Con la mia sposa non sono unito solo da un sentimento che prima c’era e adesso – magari - svanisce, ma perche’ Qualcuno ci ha messo insieme. Ci ha fatti incontrare, in un lontano mattino di ottobre del 1981, e non ci ha abbandonato piu’. Questo ho imparato – non senza l’impegno di intelligenza e volonta’ - dai libri del don Gius e dalla vita dei miei amici, Lei per primo.

A Mosca – alla fine di ottobre - siamo stati ricevuti alla Biblioteca dello Spirito (Duhovnaya Biblioteka) da Padre Scalfi. Ha ripercorso un po’ di storia dei cristiani dell’epoca sovietica. Raccontava che un gruppo di intellettuali si era ritrovato e, di fronte alle barbarie e alla menzogna imperante, si chiedeva: cosa possiamo fare? Uno di loro si e’ alzato e ha detto: la domanda e’ sbagliata! Dobbiamo chiederci: come essere? Annamaria (mia moglie) e io, di fronte alla difficolta’ delle famiglie che conosciamo, capiamo che fare qualcosa e’ difficilissimo, a volte, persino controproducente. Loro guardano a noi: come ci trattiamo, come ci poniamo con i figli, come viviamo l’amicizia o l’accoglienza, il modo con cui usiamo i soldi o il tempo… Siamo testimoni, non a parole, ma con la vita; non un’ora ma per la durata dell’esistenza, e questo nonostante tutte le nostre incapacita’, ingenuita’ e tradimenti.

Sempre a Mosca, al termine della grande festa in occasione dell’entrata in Diocesi del nuovo Arcivescovo, ha preso la parola Don Camisasca. Ha parlato pochissimo, ha detto che dobbiamo aiutare, nella sua affascinante e difficile missione, il nuovo Vescovo, ma aiutare e’ mestiere arduo, la cosa piu’ importante – e sempre possibile – e’ pregare per Lui.

Di fronte alla difficolta’ dei rapporti famigliari, senza essere specialisti, abbiamo – penso - una responsabilita’: testimoniare, con quello che siamo, che e’ possibile una vita coniugale felice e pregare per quelli meno fortunati (o piu’ distratti, o piu’ superficiali), che possano un giorno restare colpiti da un incontro con un pezzo di realta’ cambiata, meno conforme alla cultura dominante, piu’ corrispondente alle esigenze del cuore. Pregare poi per noi, che non abbiamo mai a tradire definitivamente la strada intrapresa e che gli amici non rinuncino a educarci con la loro vita fedele a Cristo e alla Chiesa.

Fraternamente in Gesu’ Cristo, suo

Costante Giacobbe

Gli amici rispondono

Grazie, caro amico, mi hai fatto pensare immediatamente a tante cose che forse non avrei detto e che invece penso di dire (o scrivere, prima devo pensarci). Sono cose che accadono ma che hanno bisogno di essere paragonate, bisognose di un giudizio. Mi accorgo che tante volte me le macino fra me e me, invece di raccontare la vita. Cosa che tu stai facendo. A presto...
A.

Grazie per la bella testimonianza. Effettivamente mi rendo sempre più conto
che tutto nella vita è grazia e per questo la preghiera oltre che domanda
dovrebbe essere lode.
B.

Grazie Costante, per la sincerità e bellezza dela tua testimonianza.
Anche noi siamo toccati dallo spettacolo triste di famiglie vicine che si disgregano, e siamo come impotenti, di quel'impotenza cristiana che tu dici.
Un abbraccio grande
C.

Grazie Costante.
Vivere umanamente è possibile. Questa è l'umile certezza che la storia del
Signore nella mia storia ha costruito e sta costruendo. DENTRO i limiti miei
e degli altri, Cristo rende continuamente possibile questo miracolo. Sua è
la Potenza, Sua è la Gloria.
Ti abbraccio
D.

Caro D. e caro Costante, iniziare la settimana in questo modo è veramente accorgersi che nonostante tutto (i magoni e le tensioni continue) è possibile accorgersi della Presenza ed in questo è insostituibile la Vs. amicizia. Non ho parole migliori che possano descrivere il mio grazie, a Voi , a chi mi aiuta come voi ed al caro nostro don Giuss. Vi abbraccio con tanto affetto.
E.

Caro Costante, questi sono tempi difficili per F. e me... fatichiamo
molto, ma soprattutto io tante volte mi sento inadeguato, mi sento fragile
di fronte alle sue esigenze, e in certi momenti mi coglie un senso di
pesantezza e disperazione, come se avessi sbagliato tutto... Mi giungono in
soccorso le tue parole, come quelle di Padre M. da Roma, che mi
ricordano che una pienezza è possibile anche laddove quotidianamente si
sente il peso del peccato originale, che una felicità "per sempre" è
possibile anche quando ci si sente inadeguati ad affrontare i 60 minuti
successivi...
Per queste tue parole, mai così tempestive per la mia vita, ti voglio
ringraziare ma soprattutto ringrazio Dio, che ci ha fatto incontrare!
G.

mercoledì 27 febbraio 2008

Piu' docile, piu' disponibile


Fontaine en Vaucluse - Provence luglio 2006.

Questa e' una lettera che ho mandato, pochi giorni fa, a un amico. Tra l'altro scrivevo.


...Volevo pero’ farti partecipe di quanto mi e’ successo alcuni anni fa. Con il senno di poi, e l’educazione della nostra Compagnia, la difficolta’ ha portato una fede e una speranza piu’ grandi. Nel 2001 il mio nemico giurato e’ diventato il mio capo. Caratterialmente non era simpatico, ma la cosa che mi ha toccato di piu’ e’ stato il tentativo di chiudere la mia esperienza professionale. Ero alla Comunita’ montana da 20 anni e piu’. Avevo, con l’aiuto di molti, costruito qualcosa. Mi insegni che costruire e’ terribilmente difficile: lacrime, sudore, soldi (sangue). M (cosi’ si chiamava) voleva demolire tutto e ricominciare, non dalla storia, ma dai suoi pallini.

Per fortuna e’ durato poco ma, vuoi lui, vuoi l’eta’ (mi avvicinavo ai 50, il testosterone iniziava a calare), mi hanno lasciato per anni un’ansia che si attenua, ma, credo, non mi lascera’ piu’.

Non e’ stato facile. L’Annamaria mi ha aiutato moltissimo, ma piu’ di tutto ha fatto l’educazione del Movimento. Ancora non troppi mesi fa, sono rimasto fulminato dall’immaginetta del Don Gius. Era stata una mattinata terribile e confusa – da anni in ufficio si lavora tanto e tanto male -, verso mezzo giorno l’occhio mi cade sulla frase di Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita». Un pugno. Un riconoscimento mai avvertito: se non fossi tuo sarei smembrato, triturato, non sarei nemmeno annoverato tra gli uomini. Ma sono tuo, qualunque cosa accada: insuccesso, derisione, persino un licenziamento con ignominia, saro’ sempre amato e “dei tuoi”.

Capita, nella vita, quello che deve capitare, succede sempre per un di piu’. Dormivo poco, pregavo di notte. Certi momenti ero bloccato, mi affidavo completamente a Lui. Ho, con fatica, a volte con terrore, sentito sempre piu’ che un Altro mi faceva, squartando letteralmente la mia vecchia struttura. Oggi saro’ il peccatore di sempre, ma sicuramente piu’ docile, piu’ disponibile.

Il Signore da’ la prova (purtroppo), ma da’ la forza per sopportarla. Che i tuoi amici (io compreso) sappiano testimoniarti con la loro vita, “il bisogno di una educazione che ci consenta di conoscere la realta’ fino in fondo… domandiamo a Don Giussani di continuare a farci compagnia sulla strada che ci ha tracciato”, come ci ha scritto Don Carron nell’ultima lettera alla Fraternita’.

Con amicizia.

Costante

Pollone 4 febbraio 2008

martedì 26 febbraio 2008

Alla Schneider a "vedere" la lezione della memoria


Giovedi' 31 gennaio 2008 e' comparso - sul giornale Eco di Biella - questo articolo sulla Mostra che il Centro Culturale Piola ha presentato su Vasilij Grossman.

L’altra settimana, nell’ambito del Giorno della Memoria, a Villa Schneider è stata inaugurata la mostra documentaria del capolavoro dal titolo “Vita e destino, il romanzo della liberta’ e la battaglia di Stalingrado” che illustra il capolavoro di Vasilij Grossman “Vita e destino”. Nell’occasione l’assessore Salivotti, che ha fornito un prezioso contributo per la realizzazione dell’evento, ha ricordato come la cultura non ha bandiera politica, ma costituisce un contributo insostituibile al dialogo ed alla costruzione di una società più giusta. Ha poi ringraziato gli organizzatori per l’opportunità che la mostra gli ha offerto di scoprire il capolavoro di Grossman. E’ intervenuto ancheil professor Michele Rosboch (università di Torino) presidente del Centro Culturale “Piergiorgio Frassati” uno dei curatori della mostra che ha raccontato come l’ idea della mostra sia nata durante una cena, tra amici che, condividendo una compagnia cristiana, desideravano, per sé e per altri, approfondire la “provocazione” che il volume, drammaticamente, contiene. E ha documentato come questo tentativo abbia costituito una grande occasione di incontro con tutti. Innanzitutto con la Comunità Ebraica di Casale, nella persona della Sig.ra Claudia de Benedetti, che della Comunità è Presidente.In rappresentanza di questa comunità è poi intervenuta Claudia Calcagno, il cui intervento, nella sua interezza, è riportato di seguito. Infine Costante Giacobbe, appassionato cultore della cultura russa, e di Grossman in particolare, ha introdotto la mostra con una breve, ma vibrante, visita guidata.
Non si sono sentite parole formali o di circostanza. Si è creata invece, tra i tanti partecipanti, una simpatia immediata e profonda di fronte alla presentazione di un capolavoro che ha il pregio di porre il lettore di fronte alla più dura e disumana realtà del ventesimo secolo e, contemporaneamente, alle domande più profonde e personali sul senso della realtà e di se stessi. Grossmann parla di noi, in modo sorprendentemente attuale. E’ un libro che bisogna leggere, è una mostra che bisogna vedere.

Paolo Ramaioli

Guarda la fotogallery di Paolo Ramaioli Mostra Vasilij Semenovic

venerdì 18 gennaio 2008

Giornata della memoria 2008

La Mostra su Vita e destino apre mercoledi' 23 gennaio 2008, alle ore 18. Il Centro Culturale Vittorio Piola vi invita cordialmente a visitarla. Cliccate sulla foto per maggiori informazioni.


martedì 18 dicembre 2007

Natale 2007


Mosca le Cattedrali del Cremlino

Si, (questa storia) e' accaduta realmente. Gesu' non e' un mito, e' un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella nostra storia. Possiamo visitare i luoghi e seguire le vie che Egli ha percorso. Possiamo, per il tramite dei testimoni, udire le sue parole. Egli e' morto ed e' risorto... e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio e' diventato realta'.

Benedetto XVI

Il cristianesimo non nasce come frutto di una nostra cultura o come scoperta della nostra intelligenza... si rivela in fatti, avvenimenti, che costituiscono una realta' nuova dentro il mondo, una realta' viva, in movimento. La realta' cristiana e' il mistero di Dio che e' entrato nel mondo come una storia umana.

Luigi Giussani

martedì 11 dicembre 2007

Yulka alla Duhovnaya Biblioteka



Alla fine di ottobre 2007 a Mosca, per l'ingresso in diocesi di Monsignor Pezzi, siamo stati accolti alla Biblioteca dello Spirito, istituita da Russia Cristiana e da altri amici. Qui vediamo - da destra - la Giovanna Parravicini, Padre Romano Scalfi (fondatore di Russia Cristiana) e la nostra Yulia.

Questa la e-mail della Yulia al ritorno da quella visita (sine glossa et corretione):

Ho pensato di frarti saluti prima, ma primo sei stato tu!!!!! Ti voglio ringraziare che mi hai fatto venire fino Mosca a questa grandissima aventura. Se lo sapevo che sara cosi bello, non avro pensato di andare o no!!!!! Senza dubbi andavo!!!!!!! Saluti a tutta la famiglia....e grazie di nuovo. Baci-baci. Y

mercoledì 24 ottobre 2007

Esame di coscienza

Cari Daniela e Giorgio.

Saro' presuntuoso, ma non ho mai trovato grande giovamento dalla lettura dei "vademecum" (non so come chiamarli) che si scorrono prima della confessione: anche quelli fatti dalla CEI (!). In questi giorni - leggendo il libro del mese - ho visto citato i "Racconti di un pellegrino russo", un libro che non ho mai avuto l'opportunita' di leggere. Grazie a un amico, ne ho avuto in prestito una copia. Il testo mi ha molto intrigato, in particolare questa breve parte - dedicata alla confessione - che vi invio con amicizia.


Tratto da “Racconti di un pellegrino russo” pagine 167/171 – Rusconi Editore, Milano 1980

Il padre mi diede un breve scritto e io cominciai a leggerlo.

« La confessione che guida all’ umiltà l’uomo interiore. - Rivolgendo attentamente il mio sguardo su me stesso e osservando il corso della mia vita interiore, ho constatato per esperienza che non amo Dio, che non ho amor del prossimo, che non ho fede religiosa e che sono pieno di orgoglio e di libidine. Riscontro veramente tutto questo in me dopo un esame accurato dei miei sentimenti e delle mie azioni.

« 1) Non amo Dio. Se l'amassi, penserei ininterrottamente a Lui con cuore lieto, ogni pensiero su Dio mi procurerebbe un immenso godimento. Al contrario, troppo spesso e troppo volentieri penso alle cose della vita, e il pensiero di Dio costituisce per me un arido sforzo. Se lo amassi, la conversazione con Lui attraverso l'orazione mi nutrirebbe, mi allieterebbe e mi indurrebbe a una perpetua comu-nione con Lui; mentre, al contrario, non solo non godo dell'orazione, ma nel momento stesso in cui la dico, faccio uno sforzo, lotto di malavoglia, mi lascio infiacchire dalla pigrizia e sono disposto a occuparmi con piacere di qualunque sciocchezza, pur di abbreviare 1'orazione o di sospenderla. In vuote occupazioni il mio tempo vola, mentre quando mi occupo di Dio e mi pongo alla sua presenza, ogni ora mi sembra un anno. Chi ama qualcuno vi pensa continuamente, vi pensa tutto il giorno, ha sempre davanti a sé la sua immagine, se ne preoccupa e in qualunque circostanza l'essere amato resterà sempre in cima ai suoi pensieri. Ma io durante il giorno fatico a trovare anche un'ora soltanto per immergermi profondamente nel pensiero di Dio e infiammarmi del suo amore, e le altre ventitré ore le passo a immolare sacrifici agli idoli delle mie passioni. Nel-le conversazioni su frivolezze, su cose degradanti per lo spirito, sono alacre e provo piacere, mentre se rifletto su Dio mi trovo arido, annoiato e pigro. Se per caso sono trascinato da altri a una conversazione spirituale, mi sforzo di passare il più presto possibile a un discorso che soddisfi le mie passioni. Ho inesau-ribile curiosità di cose nuove, di affari pubblici e di eventi politici; cerco avidamente di soddisfare il mio amore per la cultura, scientifica o artistica, e di pos-sedere nuovi oggetti. Ma lo studio della legge del Signore, la conoscenza di Dio e della religione, mi lasciano indifferente, non alimentano il mio spirito e non soltanto non le considero occupazioni essenziali per un cristiano, ma le vedo come elementi mar-ginali, di cui se mai devo occuparmi solo nel tempo libero, nei momenti di ozio. In breve, se l'amore per Dio si riconosce dall'osservanza dei suoi comanda-menti (" Se mi amate, osservate i miei comandamenti", dice il Signore Gesù Cristo), e io non solo non li osservo ma faccio ben poco sforzo per osser-varli, in verità devo concludere che io non amo Dio... Lo conferma Basilio il Grande, quando dice: "La prova che l'uomo non ama Dio e il suo Cristo è che egli non osserva i suoi comandamenti" .


Susdal (Russia) Kidekscia archittettura religiosa XII° - XVIII° secolo

«2) Non amo il prossimo. Infatti, non solo non saprei risolvermi a dare la mia vita per il mio prossimo (secondo il Vangelo), ma non sacrifico neppure la mia felicità, il mio benessere e la mia pace per il bene del mio prossimo. Se io lo amassi come me stesso, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le sue disgrazie mi toccherebbero e la sua fortuna ren-derebbe felice anche me. Invece mi incuriosiscono i racconti sull'infelicità del mio prossimo e non me ne affliggo, anzi resto imperturbato, oppure, ancora peggio, provo una specie di piacere. Invece di nascondere amorevolmente le cattive azioni di mio fratello, le diffondo, giudicandole. Il suo benessere, il suo onore, la sua felicità, dovrebbero allietarmi come se toccassero a me, e invece non suscitano in me alcun sentimento di gioia, come se non mi riguardassero affatto. Se mai suscitano in me un senso sottile di invidia o di disprezzo.

« 3) Non ho fede religiosa nell'immortalità né nel Vangelo. Se io fossi saldamente convinto e credessi senza ombra di dubbio che oltre la tomba c'è la vita eterna e la ricompensa alle azioni terrene, non cesserei un minuto di rifletterci. Il solo pensiero dell'immortalità mi farebbe terrore e condurrei questa vita come un viaggiatore di passaggio che si prepari a rientrare in patria. Al contrario, io non ci penso neppure all'eternità, e considero la fine di questa vita terrena come il limite ultimo della mia esistenza. In me cova un segreto pensiero: che cosa c'è dopo la morte? Anche se dico di credere nell'immortalità lo dico soltanto con la mente, ma il mio cuore è ben lontano da una salda convinzione, come apertamente testimoniano le mie azioni e la mia ansia costante di soddisfare la vita dei sensi. Se il santo Van-gelo fosse accolto con fede dal mio cuore come la Parola di Dio, io mi dedicherei incessantemente alla sua lettura, lo studierei, ne farei le mie delizie e fisserei su di esso tutta la mia devota attenzione. L'immensa saggezza, il bene e l'amore che esso contiene, mi conquisterebbero e mi darebbero la gioia di studiare la legge di Dio giorno e notte. Mi nutrirei di esso come del pane quotidiano e il mio cuore sarebbe tratto a osservarne i precetti. Nessuna forza terrena riuscirebbe a distrarmene. Ma al contrario, se ascolto e leggo di tanto in tanto la Parola di Dio, lo fac-cio per necessità o per generico amore di conoscenza, e poiché non mi ci accosto nella più profonda atten-zione, la trovo arida e poco interessante. Non ne ricavo alcun frutto, come dopo una lettura qualunque e sono sempre disposto a passare a letture secondarie, in cui trovo maggior piacere e sempre nuovi interessi.


Susdal (Russia) Il Convento dell'Intercessione

« 4) Son pieno d’orgoglio e di libidine. Lo confermano tutte le mie azioni. Se scorgo qualcosa di buono in me, desidero metterlo in evidenza, o vantarmene davanti agli altri, o compiacermi intimamente di me stesso. Sebbene all’esterno io faccia mostra di umiltà, tuttavia attribuisco ogni merito alle mie forze e mi considero superiore agli altri o per lo meno non inferiore. Se noto in me una colpa, mi sforzo di giustifÌcarla, dicendo: « Sono fatto cosl" o « Non è colpa mia". Mi arrabbio con coloro che non mi stimano, considerandoli incapaci di apprezzare la gente. Mi vanto delle mie doti, considero un insulto i miei insuccessi, mi lamento; e godo, invece, delle disgrazie dei miei nemici. Se tendo a qualcosa di buono, ho come meta la lode oppure la voluttà spirituale, o la consolazione terrena. Insomma, faccio di me stesso un idolo al quale rendo un culto ininterrotto, cercando in ogni occasione il piacere dei sensi e il nutrimento alle mie passioni o alla mia libidine.

«Tutti questi innumerevoli esempi dimostrano come io sia orgoglioso, adultero, incredulo, privo di amor di Dio e pieno di odio per il mio prossimo. Quale stato può essere più peccaminoso? Meglio la condizione degli spiriti delle tenebre: sebbene essi non amino Dio, detestino l'uomo, vivano e si nutrano di orgoglio, almeno credono e tremano. Ma io? Può esserci una sorte più terribile di quella che mi attende? E chi meriterà una sentenza più severa di me, per questa mia vita insensata e stolta? ».

Lette queste note che mi aveva dato il padre spirituale, io mi sentii atterrito e pensai: "Dio mio, che terribili peccati covano in me senza che me ne sia…

lunedì 8 ottobre 2007

Tolia, classe 1957



Il signore a destra nella foto e' il papa' della Yulia. Si chiama Anatoli Vladimirovic. Oggi compie 50 anni. Volevamo fargli i nostri migliori auguri o, come si dice da loro, PASDRAVLIAIU TOLIA. Anatoli e' di Sienojatkj, un villaggio vicino a Bobruisk, in Bielorussia. Potete leggere una storia bellissima di questo villaggio.
Cliccate e vedete.

venerdì 28 settembre 2007

Il Longo

A proposito di "20 anni, non un giorno!", un nostro amico - che compare nella foto di gruppo - e che ha avuto la bonta' di farci da testimone, scrive:

Imperdonabile, semplicemente imperdonabile.
Mi sono dimenticato di farvi gli auguri, porca......!!!
Senti Costante nonostante la tua impareggiabile dabbenaggine (nell'ultima mail hai rinviato a blogspot.it invece che blogspot.com...), leggere questo blog mi ha fatto ricordare un mucchio di cose belle, che hanno dato origine a ...cose ancora più belle!! Questa è l'avventura a cui siamo stati introdotti: la vita non come una parabola, che inizia, ha un culmine e una fine, ma come un'ispessirsi sempre crescente della pace e della letizia.
Di questa avventura nella mia vita siete parte anche tu e Annamaria.
Ad maiora, Costi!!
Mi firmo come mi hai sempre chiamato tu.
Il Longo

Grazie, Longo, siamo commossi. Ho trovato una tua foto di quando avevi i capelli... mi permetto pubblicarla.

mercoledì 26 settembre 2007

Paolo Pezzi Arcivescovo della Madre di Dio a Mosca


di Massimo Camisasca
Con trepidazione ho appreso la decisione del Santo Padre di nominare don Paolo Pezzi arcivescovo dell'arcidiocesi Madre di Dio a Mosca. Assieme ai miei fratelli della Fraternità san Carlo accompagno don Paolo con l'amicizia e la preghiera in questo compito delicato e nello stesso tempo affascinante. Avendolo conosciuto come mio segretario e poi come mio vicario generale, so che egli si dedicherà con animo intero e appassionato alla vita della Chiesa Cattolica in Russia. Don Paolo conosce bene il popolo russo, per essere stato missionario in Siberia e ora rettore del Seminario di San Pietroburgo. Nutre un profondo affetto per la Chiesa ortodossa e per la grande tradizione di quel popolo. Sono certo che don Giussani lo accompagna dal cielo in questo inizio del suo ministero. Don Massimo Camisasca, 21 settembre 2007 (vai al sito della Fraternita' Sacerdotale San Carlo Borromeo)

martedì 25 settembre 2007

Sempre Vita e destino


Mercoledì 10 ottobre 2007, alle ore 17.15 presso la sala Principi d'Acaia, Rettorato dell'Università di Torino (Via Verdi 8 – Torino) avrà luogo la presentazione del libro “Il romanzo della libertà. Vasilij Grossman tra i classici del XX secolo” a cura di G. Maddalena e P. Tosco. Interverranno il Prof. Sergio Roda (Prorettore Università di Torino), Prof. Gianni Oliva (Ass. Cultura Regione Piemonte), Avv. Claudio Morpurgo (Vicepresidente Unione Comunità Ebraiche Italiane), Prof. Joanna Spendel (Università di Torino) e il dott. Dario Disegni (Responsabile Area Cultura Arte Beni Ambientali della Compagnia di San Paolo).
(Centro Culturale P.G. Frassati – Via delle Rosine 11 Torino – tel 011/8126601 e-mail p.frassati@virgilio.it sito www.centrofrassati.it)

Vita e destino



Per presentare questo libro, pubblico la lettera che ho mandato alla trasmissione radiofonica "Carpa diem" [RAI Radio 2 sabato e domenica mattina, sino al 16 settembre 2007]. Mi e' stato risposto. La conduttrice Lucia Cosmetico - che qui saluto e ringrazio di cuore -, ha dedicato a Grosmman una lunga citazione. Cliccate per leggere la parte del libro che cito e altre.

Pollone 29 luglio 2007

Mi chiamo Costante (di nome) Giacobbe (di cognome). Lavoro – mi occupo di agricoltura montana e foreste - e non ascolto mai la radio. In queste ultime 2 settimane sono stato in vacanza nel Salento. Abito al capo opposto d’ Italia, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta.

Andando al mare ascoltavo la Vostra trasmissione. Sono stato colpito in particolare dalla vivacita’ e freschezza della Signora che la conduce. Ancora ieri, durante il viaggio di ritorno, mi appassionavo alla puntata sul “buono” e sul “buonismo”. Cosi’, dopo un viaggio di quasi 1300 km, stamattina mi sono alzato alle 4,30. Mi permetto sottoporVi queste brevi riflessioni.

L’autore che amo di piu’ e’ Vasilij GROSSMAN un ebreo russo che e’ stato un famosissimo scrittore di regime e, dopo tragiche vicende, ha rinnegato la fede sovietica. Nel suo capolavoro “Vita e destino” (in italiano e’ stato pubblicato da Jaca Book nell’84, poi nel 98 e ancora nel 2006), ripercorre le vicende della 2° guerra mondiale (in particolare la battaglia di Stalingrado), vista da una numerosa famiglia di intellettuali. Il libro voluminoso e magnifico (857 pagine), riporta molti episodi di bonta’ silenziosa. Stamattina (con qualche difficolta’) ne ho trovato uno che allego a esempio.

Siamo a Stalingrado nell’inverno 1943. Dopo la vittoria dell’Armata Rossa, i prigionieri tedeschi vengono usati per rimuovere i cadaveri tra l’odio della gente. La bonta della vecchia russa viene attribuita, da lei stessa, a stupidita’ (ero scema e scema sono rimasta)

Il giornale radio di ieri riportava la notizia di 2 omosessuali trovati a baciarsi (forse di piu’) vicino al Colosseo. Portati in caserma sono stati trattenuti 40 o 50 minuti. La Ministro della Salute (non ricordo come si chiama… e’ una di Torino), ha dichiarato di voler chiedere pubblicamente scusa ai 2 per l’attivita’ del Commissariato. C’e’ stato un movimento pazzesco (notizie della radio) di culattoni & C. che sfocera’ in un orribile e scandalizzante (per me, per il 99,5% delle persone che avranno la sfortuna di vederlo) bacio pubblico omosex. Chiamare “bene” il male e la deviazione e’ “buonismo”.

Grazie della Vostra attenzione.

C Giacobbe

venerdì 21 settembre 2007

La Salvina della Valle Elvo


Questa fotografia e' stata fatta dall'Ufficio tecnico della Comunita' Montana Alta Valle Elvo, dagli amici Andrea e Davide. Mostra la localita' certamente piu' bella della Valle, la zona di alpeggio chiamata Salvina, con una panoramica delle principali montagne del Biellese. Cliccate e guardate.

mercoledì 19 settembre 2007

Dicono... giustamente

Sembra che non sia possibile dimenticarsi di se’… (da “Buoni o cattivi”, Vasco Rossi: sentita molte volte, il Teo ha un cd originale)

I vostri figli devono vedere la vostra certezza di fronte alla loro ribellione. Su questa certezza possono riposare. Non abbiate paura, perché quello che state costruendo è segno di verità per i vostri figli… (dalla mostra “La citta’ nella citta’”, Meeting Rimini 2007, segnalata da Ermanno e Anna)

Paka tolstij sokniet, kudoi... sdokniet (quando il grasso cala, il magro... muore, antico proverbio russo, segnalato da Yulia e Natalia)

Chi cai gira al cul a Milan, ai gira al cul al pan (chi snobba Milano, da' un calcio al benessere, segnalato da Jolanda)

"Bowing down in blind credulity, as is my custom, before mere authority and the tradition of the elders, superstitiously swallowing a story I could not test at the time by experiment or private judgment, I am firmly of opinion that I was born on the 29th of May, 1874, on Campden Hill, Kensington; and baptised according to the formularies of the Church of England in the little church of St. George opposite the large Waterworks Tower that dominated that ridge" di Gilbert Keith Chesterton

"Piegandomi con cieca credulità, come sono solito fare, alla mera autorità ed alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono d’opinione più che certa di essere nato il 29 maggio 1874 a Campden Hill, Kensington, e d'esser stato battezzato, secondo le formule della Chiesa d'Inghilterra, nella chiesetta di San Giorgio, situata di fronte alla grande torre serbatoio che domina quella posizione elevata" (segnalato da Corrado - che ringrazio -; lui "giustamente" metterebbe questa citazione in relazione alla lectio magistralis di Papa Benedetto a Ratisbona)

mercoledì 12 settembre 2007

20 anni, non un giorno!

Era il 12 settembre 1987, meteorologicamente una giornata bellissima. Annamaria e Costante entrano nella chiesa di Pollone (BI) per il matrimonio. C'erano tanti amici.


Eccoli tutti... o quasi.


Oggi, 12 settembre 2007, sono 20 anni da quel giorno. Sono nati Valeria e Matteo.
Valeria oggi gia' alle prese con l'ingresso all'Universita'. Matteo, con qualche difficolta' a messaggiare su internet, ma, nel complesso, positivo nei confronti della vita. Poi ci sono le storie che abbiamo incominciato a descrivere in questo blog. Infine ci sono io, che ogni giorno ringrazio il Signore per avermi affidato Annamaria.

Dopo 20 anni siamo come ci vedete sotto: la foto e' stata scattata da Caterina, il 2 settembre, davanti al Grand Hotel di Assisi, nell'occasione del matrimonio della nostra amica Francesca. A me non pare siamo invecchiati male...


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