Cesare Pavese - Il mestiere di vivere
Ci sono più cose tra Dora e Adda, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia...
domenica 29 novembre 2015
Cesare, il piemontese
Cesare Pavese - Il mestiere di vivere
Sono del '54
Io sono del ’54. Quando avevo 7/8
anni, mio padre prese una decisione storica, compero’ una roulotte Roller da 4
posti. La mamma, casalinga e non avventurosa, era quasi disperata. Avevamo una
Renault Dophine 850: foto non ne trovo, mi spiace, era uno spettacolo.
L’avventuriero sentenzio’: “questa estate
andiamo in Yugoslavia, a trovare il Gianni”. Questo Gianni era un suo amico
un po’ strano: cacciatore e pescatore, metteva sempre braghe alla zuava, aveva
sposato una francese e non amava la gente. Con l’auto e la tenda alternava un
anno in Scozia, e uno sulla costa Dalmata, sempre lontano dalla folla, spesso,
in isole quasi deserte.
Doveva essere “una” l’estate
yugoslava, sono diventate “tre”: “Prima
del mare andiamo a Plitvice!”. Oggi
Plitvice e’ un Parco Nazionale della Croazia: 16 laghetti magnifici che si
uniscono con cascate, immersi in una foresta di faggi. A quei tempi la Yugoslavia era una,
quindi, ottenuto il visto, roba non immediata, si poteva andare dove si voleva,
o, si poteva, perche’ le strade erano un disastro, i campeggi non c’erano, si
doveva fare la coda per comperare il pane e la mamma aveva paura a dormire in
qualche spiazzo. Noi no.
Mio fratello, io e i genitori partivamo
la mattina presto da Biella, la sera si
arrivava a Trieste (davvero…), si cercava un parcheggio vicino una pompa di
benzina e si dormiva lì. Il giorno dopo si passava la frontiera, sempre con un
po’ di ansia, i poliziotti yugoslavi scrutavano dentro l’auto con facce quasi
cattive…
Nel giro di un km, cambiava tutto. La
prima volta ci ha fatto visitare un camposanto per farci toccare con mano che
nemmeno l’alfabeto era come il nostro. Il vecchio era geniale! Strade sterrate,
salite, polvere. Guidava sempre lui, la mamma aveva la patente ma niente
l’avrebbe convinta a mettersi su quelle piste. Nonostante il caldo i finestrini
erano sempre chiusi ma ci permetteva di aprire il “deflettore”: lui lo chiamava
cosi’, sulle macchine moderne non mi risulta ce ne siamo, era un pezzo di vetro
triangolare che si apriva a compasso.
Il tardo pomeriggio
arrivavamo a Plitvice. Lì il campeggio c’era, forse il piu’ attrezzato della
Yugoslavia. Correndo ci scarnificavamo le dita dei piedi sbattendo contro i
picchetti delle tende. Tutti i giorni
facevano una capra intera allo spiedo che poi vendevano a tranci ai
campeggiatori. Tutti tedeschi, almeno mi ricordo cosi’. Poi c’era il Gianni, la
moglie savoiarda e 2 figlie femmine che parlavano sia l’italiano che il
francese e questa roba mi dava un po’ sui nervi perche’ non capivo tutto. Mio
fratello se ne infischiava del bilinguismo delle nostre amiche.
Nel campeggio c’era un
molo di legno che entrava nel lago. Una sera un tedeschino mi chiama, mi fa
guardare l’acqua come se avesse visto un alligatore, mi abbasso e il bastardello
mi butta dentro… Sapevo nuotare...
venerdì 23 ottobre 2015
Romaria - Nossa Senhora de Aparecida
Clicca per ascoltare il canto: https://www.youtube.com/watch?v=0nHo-lIJ4hM
É se sonho e de pó
O destino de um só
feito eu, perdido em pensamento
sobre o meu cavalo.
É de laco e de nó
de gibeira o jiló
dessa vida sofrida a sol.
Sou caipira pirapora.
Nossa Senhora de Aparecida
ilumina a mina escura
e funda o trem da minha vida. (2 v.)
O meu pai peão,
minha mãe solidão,
meus irmãos perderam-se na vida
em busca de aventuras.
Descasei, joguei,
investi, desisti,
se hà sorte, eu não sei, nunca vi.
Me disseram, porèm
que eu viesse aqui
p’ra pedir, de romaria em prece,
paz nos desalentos.
Como eu não sei rezar,
só queria mostrar
meu olhar, meu olhar, meu olhar.
O destino de um só
feito eu, perdido em pensamento
sobre o meu cavalo.
É de laco e de nó
de gibeira o jiló
dessa vida sofrida a sol.
Sou caipira pirapora.
Nossa Senhora de Aparecida
ilumina a mina escura
e funda o trem da minha vida. (2 v.)
O meu pai peão,
minha mãe solidão,
meus irmãos perderam-se na vida
em busca de aventuras.
Descasei, joguei,
investi, desisti,
se hà sorte, eu não sei, nunca vi.
Me disseram, porèm
que eu viesse aqui
p’ra pedir, de romaria em prece,
paz nos desalentos.
Como eu não sei rezar,
só queria mostrar
meu olhar, meu olhar, meu olhar.
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| Nossa Senhora de Aparecida - Stato di San Paolo Brasile |
È sogno e polvere il
destino di un uomo solo come me, perso nei miei pensieri, sul mio cavallo. È
destino di lazzo e nodo, di poveri calzoni da festa e gilet, di questa vita
sofferta in solitudine. Sono un abitante dell’interno (della campagna), Signora
di Aparecida (santuario vicino S. Paolo del Brasile), illumina l’oscura miniera e fondi le
basi della mia vita. Mio padre era un "peao" (bracciante), mia madre era la
solitudine, i miei fratelli si sono dispersi cercando l’avventura. Sono
divorziato, ho giocato, ho investito, poi ho abbandonato. Se esiste la fortuna,
non lo so, non l’ho mai vista. Mi hanno detto però di venire qui, in
pellegrinaggio, in preghiera, per chiedere la pace nelle mie disavventure. Ma
dal momento che non so pregare, sono venuto semplicemente a mostrare il mio sguardo.
Non siamo forse tu e io, amico mio, gli uomini di lazzo e nodo, di poveri calzoni? Non abbiamo altro che lo sguardo...
Non siamo forse tu e io, amico mio, gli uomini di lazzo e nodo, di poveri calzoni? Non abbiamo altro che lo sguardo...
domenica 31 maggio 2015
martedì 19 maggio 2015
Bсе наоборот, altrimenti, tutto al contrario
Stiamo
parlando dei primissimi tempi del Cristianesimo.
«Sono convinto
che la forza di persuasione della setta cristiana si basasse soprattutto sulla capacità di
ispirare gesti che lasciavano a bocca aperta, gesti − e non soltanto parole −
che contraddicevano i normali comportamenti degli uomini. Gli uomini sono
così, non c’è niente da fare: i migliori tra loro vogliono [...] bene agli
amici, e tutti vogliono male ai nemici; preferiscono essere forti anziché
deboli, ricchi anziché poveri, grandi anziché piccoli, comandare anziché obbedire.
È così, è normale, nessuno ha mai detto che era male. Non lo dice la saggezza
greca e nemmeno la religione ebraica. Ora saltano fuori degli uomini che non
soltanto dicono, ma fanno esattamente il contrario. All’inizio nessuno ne
afferra la ragione, nessuno capisce a che giovi quell’assurda inversione di
valori. Poi qualcuno comincia a vederci chiaro. Comincia a capire a cosa
giova, ossia quanta gioia, quanta
forza, quanta
intensità guadagna la vita da quella condotta in apparenza insensata. E allora
non ha più che un unico desiderio, fare come loro».
giovedì 30 aprile 2015
Frodo e Pipino ovvero Allevatori Locana e Caseificio Elvo
Tra le colline del Canavese e il Gran Paradiso, in una valle verdissima d’estate, bianchissima d’inverno, c’e’ il paese di Locana con 7 aziende agricole che producono latte. Le cascine sono piccole, la produzione non troppa, la strada in montagna… cosi’, alla fine del 2014, il caseificio che raccoglie in valle (e paga poco) manda alle aziende la disdetta: dal 31 marzo 2015.
Non facile risolvere la situazione. Per fortuna gli allevatori hanno un amico, il tecnico della Comunita’ Montana Valle Orco, Paolo Rolando, uno mica abituato ad abbattersi. Chiama tutti quelli che potrebbero dargli un aiuto e, alla fine, quasi al fondo della sua agenda, trova il Gianni (Longo), il Presidente del Caseifico Coop Valle Elvo di Occhieppo Superiore (BI): 4 milioni e passa di litri lavorati all’anno, non mao mao micio micio.
“Gianni, come faccio? Cosa dico alla mia gente? Dammi una mano”. Cosi’ il Gianni lo invita nel “suo” stabilimento e parlano un bel po’. La settimana dopo ancora: loro due, piu’ altri che avevano invitato. Gianni vola a Locana a vedere le aziende e conoscere le persone. Paolo, provette alla mano, raccoglie il latte stalla per stalla, quasi vacca per vacca, e lo manda all’analisi: se si puo’ si aiuta, ma il latte deve essere “impeccabile”.
Gianni e soci si appassionano alla storia degli smarriti colleghi canavesani, cosi’ un giorno invitano a pranzo al caseificio – agghindato per l’occasione - i nuovi amici che arrivano con l’assessore del comune. Dopo il caffe’ riunione plenaria, volano parole grosse: soci in prova, raccolta del latte in valle, nuovo formaggio… chiamiamolo… Gran Paradiso… Ancora un incontro. Questa volta c’e’ anche il sindaco di Locana. Gianni e Paolo si sentono 2 volte al giorno… per tutto l’inverno.
Pian piano le prime idee buttate giù all’ingrosso, sembrano diventare percorribili e anche il terribile socio amministratore della Latteria, l’uomo della borsa, il ragionier Mario-niet, si lascia prendere dal clima euforico e dà il suo ok. Chi ci avrebbe creduto…
Si compra anche un (quasi) nuovo camion con serbatoio ma un autista che vada 2-3 volte la settimana lassu’ proprio non si trova. Il Gianni ha un asso nella manica, anzi una “patente piu’ CQC”: “se nessuno vuole andare, ci vado io!”. Un classico passaggio dalla storia al mito, come Frodo Baggins quando ha ricevuto l’anello.
Insomma, cosa sta capitando dal 1° aprile? Tenetevi forte, e stupiscano soprattutto quelli che sanno qualcosa di rapporti tra agricoli. I magnifici 7, anche con l’aiuto del Comune, daranno vita a un soggetto unico: Gruppo Allevatori Locana o qualcosa di simile. Diventeranno “soci in prova” della Coop di Occhieppo Superiore, anche per un tempo piu’ lungo della norma. Il Caseificio salira’ a raccogliere il latte e lo mescolera’ a quello dei soci storici (una trentina). I costi della lunghissima e tortuosa trasferta verranno coperti in parte dai nuovi soci, in parte dal Caseificio. Nel frattempo, solo con il latte canavesano, si faranno prove tecnologiche per produrre un formaggio che abbia caratteristiche e nome “riconoscibili” che dovranno soddisfare le aspettative (tecnologiche, organolettiche e commerciali) di entrambi i partner. Quando tutto sara’ a punto lo si registrera’ e su questo ci sara’ la griffe di Gimo Cunico, maestro casaro conosciuto in tutto il mondo.
I locanesi hanno una chance: il passaggio dei turisti che vanno a sciare o a far merenda al Parco nazionale. Intercettare questi e vendere loro i prodotti del Valle Elvo e’ l’altra scommessa. Li devono informare, intrigare, provocare, stuzzicare, ingolosire di modo che, la tappa in paese, diventi una specie di Salone del Gusto della Valle Orco. Naturalmente vendere burro, formaggio e ricotta non si puo’ su un tronco facendo il conto con il pallottoliere, ci vogliono gli strumenti adeguati. Il Caseificio li puo’ imprestare. La voglia di mettersi in gioco e la strategia deve essere pero’ dei valligiani: non l’hanno mai fatto? Anche la Compagnia dell’anello ha dovuto combattere contro Sauron e Gollum: di sicuro, i gitanti, non sono cosi’ pericolosi...
Ma non basta. Con il tempo e qualche attrezzatura d’occasione, il formaggio, ideato e prodotto esclusivamente con il loro latte, se lo dovranno fare. La Coop mandera’ un casaro che insegnera’ a un giovane il mestiere, cosi’ verra’ meno la necessita’ di quel trasporto latte poco sostenibile e il giovane prescelto avra’ un mestiere in mano.
Se tutto funzionera’ si saranno raddrizzate diverse situazioni. Salvataggio delle aziende. Valorizzazione del latte valligiano e nascita di un formaggio “futuribile che contiene la tradizione”. Vendita di questo e di tutti i prodotti del Caseificio, direttamente al cliente con una sorta di secondo spaccio in… Paradiso. Nascita di un minicaseificio per evitare il lungo trasporto: aumento dei costi, peggioramento della qualita’ del latte, la spussa, il particolato del camion, la polverina dei freni... Un sodalizio “di ferro” tra gente di montagna testimoniato dal numero dei caffe’ (alcolici vietati dal Codice della strada) che ogni settimana il Gianni si sorbira’ dai nuovi soci.
Solo vantaggi? I partner sono realisti: il diavolo ci mettera’ la coda. E’ realistico e scontato, lo si sa in partenza. Occorrera’ vigilare che egoismi da entrambe le parti (cosa umana quanto mangiare o fare pipi’) non prevalgano su una storia bella e pericolosa come quella di Gianni-Frodo, di Paolo-Pipino, dei loro amici, e... dell’anello.
domenica 5 aprile 2015
Pasqua 2015 - Non fatemi dormire
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| Piero della Francesca - Resurrezione - Sansepolcro (AR) |
Se non c’è un senso allora lasciatemi dormire, in questa sera di primavera chiara che sta passando e non ritornerà più. Niente di quello che ci circonda dura, neanche noi.
Tu guardi i tuoi figli, chi o cosa ami, le cose che hai fatto con le tue mani, e sai che spariranno: la battuta ironica è come il ghigno del teschio.
Ma ogni minuto che si vive ci dice che il senso c’è, e negarlo è la più evidente menzogna.
Se c’è un senso, qual è?
Entriamo dal portone, saliamo al piano di sopra. Un uomo sta bevendo del vino e spezzando del pane con gli amici. Tra poco tenteranno di ucciderlo, e ci riusciranno.
Se fosse rimasto morto, forse quel senso ci potrebbe ancora sfuggire. Ma non è restato nella tomba. Ne è uscito, e ci ha detto: quello che c’è non finisce. E tu (sì, tu che stai leggendo) hai un senso.
No, non fatemi dormire stasera, perché la vita è da vivere.
(C. S. Lewis, Berlicche - Il Cielo Visto dal Basso)
Buona Pasqua k
domenica 15 febbraio 2015
Il mondo è divenuto cristiano
Il mondo greco e romano non si è convertito a nessuna delle religioni orientali che, a turno o simultaneamente, hanno sollecitato la sua adesione; non si è convertito alla filosofia, malgrado la predicazione e gli esempi degli stoici e dei cinici; non si è convertito al giudaismo, nonostante la propaganda della legge mosaica; ma si è convertito al cristianesimo.
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| Il buon pastore - Roma Catacombe di Priscilla |
Una trentina d'anni dopo la morte del Signore era possibile fare gia, nella comunità di Roma, una moltitudine immensa di martiri; e all'inizio del II secolo, un funzionario integro come Plinio il Giovane, aveva il diritto di dichiarare che, nella sua provincia di Bitinia, la nuova superstizione aveva invaso non solo le città, ma anche i borghi e le campagne. È stato senza dubbio scritto che, se il mondo non fosse divenuto cristiano, sarebbe diventato mitriaco (cfr F. Cumont, Textes et monuments figurès relatifs aux mysteres de Mithra, Bruxelles 1896, pp 276/277). A dire il vero noi non ne sappiamo niente e soprattutto resta il fatto che non è divenuto mitriaco, mentre è divenuto cristiano e lo è rimasto per molti secoli. La rapidità e la profondità di questa conversione sollevano gravi problemi e, prima di ogni altro, questo: perchè il cristianesimo è riuscito là dove son falliti tutti gli altri tentativi di trasformazione o di conquista degli spiriti antichi?
Gustave BARDY (1881 - 1955) La conversione al cristianesimo nei primi secoli - Jaka Book Milano 1981, p 121
Gustave BARDY (1881 - 1955) La conversione al cristianesimo nei primi secoli - Jaka Book Milano 1981, p 121
giovedì 15 gennaio 2015
NON SONO CHARLIE
Prendo da Tempi.it e faccio mio, questo giudizio che, mi pare, il piu' pertinente tra quelli visti sino a ora sulla questione Charlie Hebdo e sue conseguenze.
Non
mi faccio illusioni sugli effetti che avrà questa mia protesta ma desidero
comunque avanzarla, sapendo che un buon numero di gesuiti della mia comunità prova le
stessa cose anche se non può o non osa esprimersi». Comincia così la lettera di
protesta che padre Jean-François Thomas, gesuita francese, ha inviato
all’autorità competente della Compagnia per protestare contro la rivista dei
gesuiti Études.
«SCHIODATEMI». Questa infatti, per dimostrarsi vicina alle vittime
dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, ha deciso di
«ripubblicare qualche caricatura [del settimanale satirico] che riguarda il
cattolicesimo» per esprimere «solidarietà ai nostri fratelli assassinati e
alle altre vittime». Una delle quattro vignette ripubblicate mostra
Gesù che chiede di essere «schiodato» per partecipare al conclave, in un’altra
appare Benedetto XVI in versione gay che esclama «finalmente libero» dopo aver
rinunciato al soglio papale. La rivista dei gesuiti francesi però non ha avuto
il coraggio di pubblicare quella più celebre, con le tre persone
della Trinità intente a sodomizzarsi a vicenda.
«LIBERTÀ
DI BLASFEMIA?». «Noi
non condividiamo, spero, nessuno dei “valori” ordinari di questo settimanale»,
scrive padre Thomas, secondo il quale «l’orrore dell’attentato non può»
far dimenticare che «la libertà di espressione non è la libertà di offendere
giorno dopo giorno i credenti e di commettere blasfemia contro Dio
stesso». Il gesuita precisa che «non c’è alcun bisogno di una legge contro la
blasfemia», basterebbero «buon senso, buon gusto e rispetto». E se «l’umorismo,
anche sgradevole, può far ridere», la volgarità «eretta ad assoluto
fa piangere e non fa che attirare ancora più odio».
LA COMPAGNIA NON
È CHARLIE HEBDO. L’ultimo
numero di Charlie Hebdo ne diceva di tutti i colori su Dio, Maria e la nascita di Gesù. Si
può discutere sul diritto del settimanale di pubblicare blasfemie, «ma che
una rivista della Compagnia lo faccia è scandaloso. La peggiore è quella su
Benedetto XVI perché è quasi diffamatoria. Quanto alla violazione del
dramma della Crocifissione, è spregevole. Non credevo che certi gesuiti
potessero ridere di un soggetto del genere. Io personalmente piango ogni giorno
a causa del mio peccato e di tutte le sofferenze vissute sulla carne da tanti
cristiani perseguitati, molto meno difesi dalla redazione di Études».
giovedì 25 dicembre 2014
Natale 2014 - Per cosa siamo qui?
Riccione 1976 - Don Giussani
Possiamo entrare benissimo in tutte le cooperative del mondo, possiamo entrare in tutte le associazioni del mondo e dare il nostro contributo al bene comune attraverso di esse, ma il cristianesimo non e’ un’associazione di questo genere…
...stavamo camminando lungo una strada, abbiamo sentito uno, un
ideologo che parlava, ma era piu' che un ideologo, perche' era un tipo serio,
si chiamava Giovanni Battista. Siamo stati lì ad ascoltarlo. Uno che era lì con
noi ha fatto per andarsene e abbiamo visto Giovanni Battista che si e' fermato
a guardare quello lì che andava via e a un certo punto si e' messo a gridare : "
Ecco l'Agnello di Dio". Gia',
un profeta parla in modo strano. Ma noi due, che eravamo lì per la prima volta,
venivamo dalla campagna, da lontano, ci siamo staccati dal gruppo e ci siamo
messi alle calcagna di quell'uomo, cosi', per una curiosita' che non era
curiosita', per un interesse strano, chissa' chi ce l'ha messo dentro, e lui si
e' voltato a un certo punto e ci ha detto: "Cosa volete?", e noi: "Dove
stai di casa?", e
lui: "Venite a vedere"...
![]() |
| Bill Congdon - Nativita' La roccia splendente fino al 31 gennaio 2015 Milano, Chiesa San Raffaele (via S Raffaele 4) |
Noi siamo nel mondo
per gridare a tutti gli uomini: Guardate che e' tra di noi una presenza strana;
tra di noi, qui, ora, c'e' una presenza strana; il Mistero che fa le stelle,
che fa il mare, che fa tutte le cose, che va infinitamente al di la' di ogni
orizzonte che noi possiamo raggiungere, questo Mistero e' diventato un uomo, e'
nato dal ventre di una donna, un bambino, a Betlemme; e poi e' cresciuto, ed
era un bambino; poi e' cresciuto, ed era gia' un adolescente...
La conseguenza del guardare Lui, del guardarlo parlare, del sentirlo, del dire a tutti: E' qui, e' qui tra noi, il Dio fatto uomo, la conseguenza contingente per chi dice cosi' e' che vive meglio - meglio -; non risolve, ma vive meglio anche i problemi della sua umanita': vuol piu' bene alla sua donna, sa come voler piu' bene ai figli, vuol piu' bene a se stesso, ama gli amici piu' degli altri... soccorre il bisogno degli altri come puo', come se fosse il suo bisogno, guarda il tempo con speranza e percio' cammina con energia...
Che - nel 2015 - possiamo sempre riconoscere quella strana presenza.
La conseguenza del guardare Lui, del guardarlo parlare, del sentirlo, del dire a tutti: E' qui, e' qui tra noi, il Dio fatto uomo, la conseguenza contingente per chi dice cosi' e' che vive meglio - meglio -; non risolve, ma vive meglio anche i problemi della sua umanita': vuol piu' bene alla sua donna, sa come voler piu' bene ai figli, vuol piu' bene a se stesso, ama gli amici piu' degli altri... soccorre il bisogno degli altri come puo', come se fosse il suo bisogno, guarda il tempo con speranza e percio' cammina con energia...
Che - nel 2015 - possiamo sempre riconoscere quella strana presenza.
lunedì 18 agosto 2014
Lettera a messer Duccio da Boninsegna, nato a Siena 11 ottobre 1254
Caro Duccio,
possiamo darci del “tu”? Mi conosci poco ma, quando avrai finito di leggere
questa lettera, potremo considerarci buoni amici, poi nel XXI secolo ci si
tratta piu’ familiarmente (a volte troppo) che non a cavallo tra il duecento e
il trecento.
Come sai,
circa un mese fa, sono venuto a Siena a vedere il tuo capolavoro (se ti e’
passato di mente leggi sotto). Ricorderai che ero molto emozionato, ma volevo
presentare la Tua
mostra meglio possibile, quindi vederTi di persona l’ho considerato necessario.
Una dei
dettagli che piu’ mi ha colpito e’ stata la tua dedica alla Madonna. Quella
che, un po’ sfacciatamente, hai voluto scrivere sul gradino del trono. Te la
ricordi? Sono passati piu’ di settecento
anni… MATER SANCTA DEI / SIS CAUSA SENIS REQUIEI / SIS DUCIO VITA / TÈ
QUIA PINXIT ITA (Santa Madre di Dio, sii motivo di pace per Siena, sii per
Duccio vita che qui Ti ha dipinta)
L’hai
dipinta splendidamente e Le hai chiesto la vita eterna! Ero rimasto che i tuoi
colleghi iconografi russi non firmavano le loro opere perche’ dicevano – piu’
modestamente di Te – che imprestavano la mano a Dio. Tu no, da toscanaccio viveur,
quella ascetica modestia ti era sconosciuta.
Non si sa
bene quando sei nato. Si dice attorno al 1255. Facciamo cosi’, mettiamo una
data possibile: l’11 ottobre 1254.
Esattamente sette secoli dopo nascevo io. Tu grande maestro di pittura, io non
so fare l’O con il bicchiere. Tu grande spendaccione: quando sei morto, 8 anni
dopo aver dipinto la Maesta’
e aver guadagnato 3.000 fiorini (una cifra iperbolica), i tuoi figli hanno
rinunciato all’eredita’: ci avevi dato dentro con le spese, vecchio gaudentone?
Io tirchio di famiglia. Tu notissimo nei tuoi paraggi: il 9 giugno 1311,
il giorno che hai finito l’opera, tutta Siena si e’ fermata e, dai grandi
notabili fino all’ultimo straccione, hanno accompagnato il carro che
trasportava la Divina Bellezza,
dal tuo laboratorio al Duomo. Forse sei stato portato in trionfo e, comunque,
sarai stato invidiato da tutti. Io modesto agronomo di montagna, sconosciuto
anche ai piu’ vicini.
Pero’, a
pensarci bene, non siamo cosi’ diversi. Non hai avuto modo di conoscere
Leopardi. E’ nato nelle Marche nel 1798 e morto ancora giovane. Si chiamava Giacomo… Taldegardo Francesco di
Sales Saverio Pietro... Era nobile (con un nome così...), faceva il poeta e, come Te, era un grande
artista. Una delle sue liriche piu’ belle si intitola: Canto notturno di un
pastore errante dell’Asia. Parla di questo pastore che si pone le domande di
tutti e le fa alle sue pecore e alla luna:
…con la
mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in ciel arder le
stelle; Dico tra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e
quel profondo Infinito Seren? Che vuol dire questa Solitudine Immensa? Ed io
che sono?
Dimmi: perche’ giacendo A bell’agio,
ozioso, S’appaga ogni animale; Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s’avess’io l’ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O
come il tuono errar di giogo in giogo, Piu’ felice sarei, dolce mia greggia,
Piu’ felice sarei candida luna?
Oh, lo sai che nel 20mo secolo hanno inventato
delle macchine che volano? E non solo
sopra la terra – quella ormai e’ una roba normale - ma 2 uomini, nel 1969, hanno fatto una passeggiata
sulla Luna… S U L L A L U N A… e certe
macchinette – senza autista - vanno oggi in giro per Marte e mandano fotografie
(come un quadro, piatte ma molto aderenti alla realta’ e le sanno fare anche i
bambini, basta schisciare un bottone!) e scavano per terra e analizzano le
rocce e spediscono i dati sulla Terra… Una roba che Tu, medioevale artigiano, non
puoi neanche immaginare.
Comunque, per dare una risposta al pastore, che si
chiedeva se sarebbe stato piu’ felice se avesse potuto volare, ora e’ sicuro al
100%: NO! Sempre uguale, come prima. GIURO! E si pensa che se uno riuscisse a
sdraiarsi sulla coda di una cometa, S U L L A
C O D A D I U N A
C O M E T A… capito? Sarebbe uguale: stesso tedio di quell’analfabeta,
ma non scemo, pecoraio asiatico!
E allora?
Allora avevi ragione TU, medioevale gaudente, spendaccione e magari neanche
troppo onesto, che tutti potevano venire a controllare se dipingevi o ti
trastullavi, visto che ti pagavano “a giorno”. Bisogna “alzare lo sguardo” a
quella Signora che hai cosi’ bene dipinto che ci meravigliamo anche oggi. Oggi
che possiamo “volar su le nubi, e noverar
le stelle ad una ad una…”. Alzare
lo sguardo e smettere di guardarci l’ombelico e sapere che la risposta c’e’, al
tedio, all’animo inquieto, alla paura del nulla o alla paura reale di restare
senza amici o senza lavoro o, peggio, di venir deportati nel Gulag o, peggio
ancora, di venir massacrati da una banda di assassini, come capita in questi giorni
nel nord dell’Iraq (è un posto nell’Asia dove, forse, andava a pascolare il
pastore che ha immaginato il Giacomo). La risposta passa da quella Signora sul
trono, con il Bambino serio in braccio e gli Angeli e i Santi estasiati. Passa
di lì.
Fammi un
favore, visto che adesso ci conosciamo, dille una buona parola per me: nome Costante,
cognome Giacobbe, nato a Biella (Italy) l’11 ottobre 1954, codice fiscale
gcbctn54r11a859n, alias Kostik, visto che la Maesta’ non saro’ mai capace di dipingerla e non
avro’ la possibilita’ di raccomandarmi sullo scalino come hai fatto Tu (che non
conosci riservatezza).
Grazie. Stai
bene.
Tuo.
k
martedì 15 luglio 2014
La Divina Bellezza e l’asu ‘d Cavour, ovvero “Francigena 3”
In un piemontese che non era il suo, mia nonna – classe 1900
-, quando la provocavo, sibilava: i asu
‘d Cavour… i asu ‘d Cavour (gli asini di Cavour), e lasciava in sospeso. Ero
piccolo ma capivo cosa voleva dire.
Lunedi’ scorso telefona la nostra amica C e scompagina i
programmi: “…stasera evento! Via skype ci
sara’ una lezione della Mariella Carlotti sulla Maesta’ di Duccio di
Buoninsegna!” Chissa’ che roba e’… Non sono di sicuro un gran esperto, ma il titolo mi intrigava, quindi ho aderito
subito.
La lezione e’ stata una scoperta
travolgente: gli iconoclasti, Cimabue, Giotto, Siena contro Firenze, il ‘300, la Civitas Virginis,
la forma della Piazza e della Torre… Alla fine ero diverso da prima, non so,
piu’ amico della realta’, piu’ consapevole della grande storia e delle opere
prodotte dal popolo cristiano…
La lezione era stata comunicativa ed
esperta, fatta alla buona da questa nostra amica, intanto che cucinava per i
suoi ospiti, per farci un favore, in totale familiarita’. Ci raccontava cose
stupende ma… come piffero e’ fatta sta “Maestà”…? Per fortuna c’e’ internet: come
si faceva prima?
Guardo e riguardo le immortali immagini
e alla fine prendo una capitale decisione: 2 giorni di ferie piu’ sabato e
domenica, la bici lungo la
Francigena e vado a vedere il Duccio… dal vivo! Innamorato a
prima vista del Buoninsegna e dal popolo che l’aveva cresciuto, per la terza
volta sulla Francigena, ero veramente orgoglioso di me e volevo dirlo a tutti… I asu ‘d Cavour, sai laudu nen i autri, as
laudu da lur (se non li lodano gli altri lo fanno da soli)!
Martedì e mercoledì a lavorare come
matto per portarmi in pari, l’ultimo giorno fino a mezzanotte. Giovedi’ mattina
non avevo preparato nulla. Giu’ dalla branda alle 5,15. Cambi di vestiti (uno
per pedalare, uno civile), un sacchetto della farmacia come beauty case, le
sacche della bici ben compaginate, un’occhiata al sito trenitalia tanto per
capire che il viaggio “ciclo al seguito” mi avrebbe fatto consumare troppo
tempo, quindi auto… sino a Lucca. Qualche minuto prima di mezzogiorno ero li’.
Perfetto. Salvo una cosa: il tempo…
Luglio dimmerda questo del 2014. Mi lascia
attraversare la citta’, da porta a porta, poi devo infilarmi in un bar e
mettere al coperto la bici: nubifragio n° 1. Tira e molla tutto il pomeriggio:
parto quando spiove, riprende, cerco riparo, eccetera. Cosi’ 3 o 4 volte.
Ma la strada e’ ben segnata, il fondo
d’asfalto, poco traffico e intanto era tornato il sole. Così non fatico ad
arrivare a S. Miniato (basso): 53
km e un albergo per la notte con un buon ristorante nei
pressi. Attacco bottone con i locali, tanto da capire che il giorno dopo la musica
cambiera’, anche solo per arrivare in centro: 3,5 km di salita e non per cosi’ dire…
Venerdi’ mattina. Sole. Morale alle
stelle. Si fa la salita e si pregusta la discesa che… non c’e’. Per la verita’
c’e’ ma e’ ripidissima e breve e termina con una nuova dura salita. Ad un certo
punto una brusca deviazione sulla destra e una strada bianca cavalca le
colline. Si vede che corre là, lontano. “L’he
perfetta, l’he tutta ‘nghiaiata”, mi dice un agricoltore, cosi’ mi inerpico.
In effetti le prime centinaia di metri erano domestiche (si veda la foto), ma dopo...
Nel seno della Val d’Elsa, attorno
non un’anima, paesaggi mozzafiato, prati di medica, boschi, oliveti, vigneti,
comparivano anche i cipressi, insomma… Toscana, Toscana vera! Come la
ribollita, i cantuccini e la Venere
nuda degli Uffizi. Discese ardite, dove faticavo a non ribaltarmi in avanti e
risalite spericolate a spingere a piedi la Caprice (Bressan - Biciclette Speciali, non mao
mao, micio micio) con sacche piene. Mi credete se dico che quel giorno sono
sceso e risalito di sella 150 volte?
Collassatissimo arrivo al salitone
che porta a Gambassi Terme. Saranno state le 13.30. Non mollo e mi presento in
osteria a reclamare un piatto di affettati e altre goloserie fredde, ben deciso
– nel pomeriggio – a non staccarmi dalla strada asfaltata e coprire, con il
minimo dei danni, i 15 km
che mi tenevano lontano da S. Gimignano.
La bella ostessa pero’ mi provoca
dicendo che la strada bianca e’ piu’ corta, infinitamente piu’ romantica,
sicuramente piu’ adatta a un vero pellegrino… Non avendo mai saputo dire di no
alle fanciulle, mi faccio ricatturare dall’umida e boscosa Elsa che mi
prosciuga le residue forze. Getto la spugna a 5 km da S. Gimignano dove
trovo un hotel… di qualita’.
Mi riposo prima e dopo cena, guardo
svariate volte il meteo perche’ non voglio credere che il pomeriggio di sabato
ci saranno nuovi nubifragi. Eppure e’ cosi’.
Dormo come un angelo. Sabato mattina un gran sole copre l’insidia del
pomeriggio. Riparto di nuovo su e giu’ per colline. Arrivo fresco a S.
Gimignano ma so due cose: mia moglie non gradirebbe vedermi arrivare domenica
sera e non voglio ciapare un secondo nubifragio. Cosi’ piglio una decisione
poco sportiva ma utile alla mia salute: vado a Siena… in pullman…
Ero partito per pedalare e ammirare la Divina Bellezza.
La prima cosa era fatta, le gambe un poco doloranti lo testimoniavano, la
seconda restava da fare. Sempre spingendo la bicicletta – stavolta non per la
durezza del percorso ma per l’abbondanza di distratti turisti – lego con due
lucchetti la bici a una robusta catena tesa tra 2 artistici paracarri in Piazza
Duomo e mi procuro il biglietto: € 7,
ben spesi.
Trattenendo il fiato entro nella sala
dedicata alla Maesta’ e capisco cosa Mariella aveva voluto dirci: nel ‘300 ce
n’erano 2 di fenomeni tirati su alla scuola di Cimabue: Giotto affreschista e la sua Cappella (Scrovegni,
Padova) e il Duccio con la tavola di pioppo. Lo potevo toccare (non l’ho fatto,
per non essere denunciato), vedevo le nervature del legno dove si era
persa la pittura, le stesse nervature che LUI aveva visto e poi, chissa’ per
quanti anni, piu’ nessuno. Vedevo il basamento del trono con l’invocazione alla
Madonna: per se’ e per la sua pericolosa citta’.
Avevo finito. Le tappe francigene S.
Gimignano-Monteriggioni e di lì a Siena le percorrero’ un’altra volta. Stazione,
al volo sul treno per Firenze e poi per Lucca a recuperare, sotto la nuova
tempesta (non sbagliano, eh…), l’auto, poi… addio Toscana… se Dio vuole ci rivediamo...
domenica 18 maggio 2014
Pratibei fienagione
Pratibei e' la nostra cascina a Pollone, vicino a Biella, in Piemonte al confine con la Valle d'Aosta. Non l'abbiamo battezzata noi cosi', il nome e' molto antico. Sono circa 12 ettari di prato. Su questi ogni anno facciamo 3 tagli: fèn, riorda, tarsola, che in italiano si dicono: maggengo, agostano e terzuolo.
Si taglia quasi in tutti i prati con una falciatrice rotante mossa dal trattore, ma, in certi appezzamenti, bisogna operare con la motofalce, come in questo caso dove il Teo taglia nel prato chiamato Canonich.
L'immagine dovrebbe far capire dove si puo' usare la rotante e dove, invece, bisogna avere la pazienza di tagliare l'erba con la barra falciante (cliccate sulla foto per ingrandirla).
I prati lontani ricevono meno letame, sono poveri di specie foraggere ma ricchissimi di fiori spettacolari, almeno nel primo taglio.
Gli iconografi russi non firmavano le loro opere perche', dicevano, prestavano la mano a Dio. Annamaria fa la stessa cosa con Pratibei: un piccolo capolavoro non firmato.
Si taglia quasi in tutti i prati con una falciatrice rotante mossa dal trattore, ma, in certi appezzamenti, bisogna operare con la motofalce, come in questo caso dove il Teo taglia nel prato chiamato Canonich.
Gli iconografi russi non firmavano le loro opere perche', dicevano, prestavano la mano a Dio. Annamaria fa la stessa cosa con Pratibei: un piccolo capolavoro non firmato.
domenica 4 maggio 2014
L'Acqua nera
Amo i Navigli lombardi, l'ho gia' scritto e ribadito. Ci vado spesso. Anche ieri.
Dopo qualche mini difficolta' ci arrivo. La chiesetta/santuario e' stata costruita nei primi dell'800 per ricordare un evento prodigioso. Un carro: uomini, cavalli e carico, per il cedimento di un ponte, cade nel fiume e, per intercessione di Maria, nessuna perdita! 50 o 60 anni dopo (1868) la chiesetta diventa baluardo insormontabile per una grandiosa piena, come se la Madonna avesso posto la sua mano. La storia e la posizione sono belle, oggi, forse, il Ticino ha allontanato il suo corso, tanto che non si vede e non si sente. La chiesa era aperta e frequentata. Al sabato pomeriggio (16.30) c'e' la Messa.
Come funzioni il ristorante della cascina non so. Erano le tre e mezza, poi i ciclisti - se vogliono continuare a pedalare nel pomeriggio - devono tenersi leggeri...
Ritorno da Magenta in treno. Potere al pedale!
Il mio amico Moe (per la
verita' si chiama Andrea) lavora a Milano e ha una collega di Boffalora.
Parlando del piu' e del meno, questa signora, gli racconta della
devozione delle genti locali alla "Madonna dell'acqua nera". Lui,
conoscendo la mia predilezione per il Milanese, mi mette al corrente.
Caspita... dell'acqua nera...? Si poteva resistere? Mi metto in bici dal
Sesia e, per strade straconosciute, entro nel Naviglio Grande a
Turbigo.
Prima sorpresa. Mi fermo per guardare l'acqua, fare qualche messaggio e bere. Seduto nei pressi c'era un pescatore. In questi anni ne ho incontrati mille: mai vista una cattura. Tanto che, stare con la canna in mano, pensavo fosse una scusa per la moglie. Questo invece ciappa qualcosa di grosso. L'aiuto con il retino e portiamo a riva un gran barbo. L'amico lo slama e lo rilascia. Ci mettiamo a parlare di pighi, cavedani e barbi, di corrente forte che lo fa tribulare: un tipo simpatico. Lo saluto e riparto. Non avevo fatto 20 metri che sento un urlo e un fischio. Mi volto. Era ancora lui impegnato a recuperare di nuovo! Tira fuori un'altro barbo: mi aveva richiamato un po' per dimostrarmi che era in gamba (sicuramente lo era), un po' per farmi sentire che i baffi del barbo non pungono (anche questo è vero).
Boffalora. Gelato vicino ai portici poi chiedo indicazioni alla gelataia: verso il Ticino, continuare sulla via non asfaltata che parte all'altezza di una curva a sinistra, un km circa... L'aveva fatta un po' troppo facile e, soprattutto, aveva dimenticato un particolare non irrilevante: la chiesa e' dentro una grossa cascina dove c'e' anche un ristorante.
Prima sorpresa. Mi fermo per guardare l'acqua, fare qualche messaggio e bere. Seduto nei pressi c'era un pescatore. In questi anni ne ho incontrati mille: mai vista una cattura. Tanto che, stare con la canna in mano, pensavo fosse una scusa per la moglie. Questo invece ciappa qualcosa di grosso. L'aiuto con il retino e portiamo a riva un gran barbo. L'amico lo slama e lo rilascia. Ci mettiamo a parlare di pighi, cavedani e barbi, di corrente forte che lo fa tribulare: un tipo simpatico. Lo saluto e riparto. Non avevo fatto 20 metri che sento un urlo e un fischio. Mi volto. Era ancora lui impegnato a recuperare di nuovo! Tira fuori un'altro barbo: mi aveva richiamato un po' per dimostrarmi che era in gamba (sicuramente lo era), un po' per farmi sentire che i baffi del barbo non pungono (anche questo è vero).
Boffalora. Gelato vicino ai portici poi chiedo indicazioni alla gelataia: verso il Ticino, continuare sulla via non asfaltata che parte all'altezza di una curva a sinistra, un km circa... L'aveva fatta un po' troppo facile e, soprattutto, aveva dimenticato un particolare non irrilevante: la chiesa e' dentro una grossa cascina dove c'e' anche un ristorante.
![]() |
| Madonna dell'acqua nera - Boffalora sopra Ticino (MI) |
Dopo qualche mini difficolta' ci arrivo. La chiesetta/santuario e' stata costruita nei primi dell'800 per ricordare un evento prodigioso. Un carro: uomini, cavalli e carico, per il cedimento di un ponte, cade nel fiume e, per intercessione di Maria, nessuna perdita! 50 o 60 anni dopo (1868) la chiesetta diventa baluardo insormontabile per una grandiosa piena, come se la Madonna avesso posto la sua mano. La storia e la posizione sono belle, oggi, forse, il Ticino ha allontanato il suo corso, tanto che non si vede e non si sente. La chiesa era aperta e frequentata. Al sabato pomeriggio (16.30) c'e' la Messa.
Come funzioni il ristorante della cascina non so. Erano le tre e mezza, poi i ciclisti - se vogliono continuare a pedalare nel pomeriggio - devono tenersi leggeri...
Ritorno da Magenta in treno. Potere al pedale!
giovedì 24 aprile 2014
Santa Pasqua 2014
Христос воскрес! Воистину воскрес!
Cristo e’ risorto! E’ davvero
risorto!
Annamaria,
Costante, Valeria, Matteo, Yulia e Zlata
mercoledì 19 marzo 2014
Basta la salute? 3
Venerdi' 13 marzo ad Andorno c'e' stato un incontro pubblico sulla proposta di un imprenditore di trasformare un vecchio stabilimento tessile (Tessiana) in industria per produrre energia dal legno. L'incontro e' avvenuto all'aperto, in un parco pubblico. Sono stato tra i relatori in quanto portavoce del Gruppo che cerca di dar vita a un Consorzio forestale. Sono intervenuto 2 volte per il Consorzio forestale e uno a titolo personale. Ho tentato di dire che non si poteva esasperare il problema dal solo punto di vista della salute (cosi', a parer mio, era stato), ma occorreva tener conto di tutti i fattori in gioco. Posso dire di non aver incontrato il consenso del pubblico, comunque... non mi hanno picchiato... Il giorno dopo ho raccolto le idee e ho prodotto questo giudizio che ho mandato ad alcuni amici... leggi tutto
venerdì 7 marzo 2014
La bici dell'ingegnere
Carissimi
ingegneri,
la mia bicicletta ha superato – non indenne – i 10.000 km e penso
sostituirla. Devo fare nuove ciclo-esperienze. Una sera parlavo con Michele di
pedalate e sono venuto a sapere che, non solo va in bici, ma che e’ un vero
appassionato di ciclismo e ha (ri)fatto alcune tappe del Tour e del Giro. Inoltre ha una bicicletta da corsa in carbonio.
Ho osato
chiederla in prestito e la cosa ha trovato la sua commovente
disponibilita’.
Domenica 2
marzo 2014 – dopo un po’ di questioni durate quasi una settimana (non riuscivo
a svitare un pedale!) – sono partito nei pressi di una chiesetta semi abbandonata
tra Ghemme e Carpignano (NO). L’idea era di raggiungere Oleggio e visitare
l’importante chiesa romanica cimiteriale: S. Michele (anche nella pia memoria
del proprietario del mezzo).
Non ho
cambiato l’assetto della bici confidando nel fatto che il proprietario e’ alto
e “grosso” (senza offesa) all’incirca come me.
Ho preso
direzione Carpignano, in lievissima discesa, non ho allacciato i pedali, avevo ben
altri problemi da risolvere: primo, sopravvivere. Dopo 500 m mi accorgo, con
raccapriccio, che il cambio – che nel frattempo avevo volgarmente utilizzato –
non rispondeva piu’ ai comandi: tutto bloccato. Mi fermo e cerco di capire
l’arcano: ero stato rozzo, ma non certo brutale come gli orsi della British
Columbia (diro’ un'altra volta di questi animali). Da fermo provo, ritento, ma non c’era niente
da fare: tutto immobile.
A quel punto
ho messo da parte tutta l’esperienza e la supponenza dei 10.000 km percorsi in
sella. Ho fermato un ciclista corsaiolo con passamontagna e coprigola siberiano
(potevano esserci + 10 °C,
lui era vestito come se ce ne fossero stati 20 di meno). Con evidente imbarazzo
gli ho spiegato il problema. Lui (bonta sua) non mi riso in faccia ma,
sinteticamente, mi spiegato la pratica e mi ha congedato invitandomi ad
esperire: senza paura! (parole sue).
Cosi’ – orgogliosamente – ho fatto.
Chi mi ha
visto attraversare Carpignano, disseminato di paioli di fagioli (era domenica
di Carnevale), deve aver pensato che ero un incontinente in ciclo-terapia. Il
passante, comunque, non poteva sapere che vengo da Pollone, sono alpino,
attraverso la Death
Valley a mezzogiorno con + 50 °C e... il riscaldamento
acceso!
A
Castellazzo Novarese, gia’ quasi padrone del mezzo, mi fermo a fotografare la
chiesa di architettura quasi cubista: dovevo
inviare la foto ad una mia conoscente, sostenitrice del parroco nella sua veste
di esperto di nutrizione kusminiana (voglio essere riservato, i gentiluomini
non parlano mai delle signore: l’amica e’… l’AA, don Pina).
Piu’ avanti,
entro la cornice di una splendida mattinata di inizio primavera, la pedalata va
in crescendo sino a diventare armoniosa e possente come una “Cavalcata delle
Valchirie”. Cliccate qui per le suggestioni: http://www.youtube.com/watch?v=-lxlQITXBAQ
Nel
prosieguo mi rendo conto che la bicicletta ha scorrevolezza pari alla
scioglievolezza del cioccolato svizzero, mi permetto persino spingere 30 pedalate e
fermarmi per vedere quanto mi porta avanti senza sforzo. Il mezzo e’
decisamente rigido, quando supero i dossi trasversali e mi alzo sui pedali, lo
stretto manubrio da corsa “mi scappa”. Al mattino non riscontro difficolta’
nella posizione e nell’affrontare curve. Ad onor del vero la mia proverbiale prudenza
non mi permetteva grandi velocita’, almeno in curva. Il computerino di bordo
aveva le pile scariche quindi – con un certo dispiacere – non ho potuto
controllare la velocita’ di crociera: in certi momenti mi pareva davvero buona.
Quasi senza fatica arrivo a Bellinzago e poi a Oleggio
(diciamo intorno alla una): non solo era aperto il cimitero ma anche la Chiesa! Aperta e
frequentata da persone! Anche una
“orientale” con macchina fotografica. Fotografo con telefono e lascio una supplica sul libro dei fedeli
(mia figlia avrebbe iniziato il suo nuovo lavoro il lunedì e dovevo pur
implorare a favore del padrone del mezzo). Il gioiello romanico è questo:
![]() |
| S. Michele al Camposanto - Oleggio (NO) |
Preghe’ va ben ma venta
fina pedale’. Così,
bando alle ciance, riprendo per le colline (Mezzomerico, Suno, Cavaglio
d’Agogna). Il groppone iniziava a cedere, alcune salitelle mettevano a dura
prova le mie residue forze e il cambio: la scarsa pratica doveva essere supportata
da tentativi diversi di avere la giusta posizione prima di averne davvero
necessita’… Il sellino era perfetto (di conseguenza il fondoschiena) ma gli
zuccheri nel sangue diminuivano: era indispensabile una sosta gelato.
Da un po’ di tempo a questa parte ho, per le gelaterie, una
fortuna sfacciata. Mi fermo a Suno “Le Meraviglie di Alice”: gelato spettacolo
e wifi. Piu’ tardi trovo conferma della
qualita’ del locale anche su Tripadvisor. Cari ingegneri, se siete appassionati
di cremosi sorbetti, Suno, vale una gita.
Mancava poco per tornare a Ghemme ma – ricordavo bene –
bisogna scavalcare una collina. Sara’ il gelato (accompagnato da latte
macchiato), sara’ la qualita’ del ciclo, sara’ la nevrilita’ dell’atleta, o la
caffeina del “macchiato”, sta di fatto che quasi non mi accorgo. Arrivo
all’auto con la schiena a pezzi ma decisamente meno di quanto avessi messo in
conto e quasi niente rispetto a quando mia moglie e mio figlio mi fanno
squartare tronchi. Fatti 63 km
(calcolati 2 volte con Google Maps). Fatto grosso passo avanti nella tecnica e
nella meccanica ciclistica. Sabato, a Dio, al meteo e a Michele piacendo, mi
aspettano nuove avventure…
Vostro.
K
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