venerdì 18 marzo 2016

Ci vediamo in Paradiso



Al Presidente
Unione Valle Elvo
Riccardo Lunardon


Graglia 11 marzo 2016


« Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa… Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente» (A.Gramsci, Quaderni, XXVIII).

Dal 1° settembre 1981, per 34 anni e 4 mesi, sono stato – nel bene e nel male – l’agronomo della Comunita’ Montana: e’ stato un grandissimo onore. Ho svariati difetti – spero, nel tempo, si siano addolciti – pero’ una cosa non ho (quasi) mai fatto: non ho svilito le generazioni precedenti, anche quelle che ancora vivono.

Nei momenti di contemplazione, ho guardato gli alpeggi, i boschi, i prati, le masere, anche le strade e i ponti della Valle Elvo e della Serra e ho pensato alle generazioni che li hanno costruiti. 

Valle Elvo - Graglia (BI)


Quante lacrime, sudore, sangue, soddisfazioni, vite, sono costati... leggi tutto...

domenica 17 gennaio 2016

Se non avessi fatto il prete, avrei fatto il cameriere


Il cameriere è una posizione di servizio alla singola persona, non a un'umanità generica; e tale posizione di servizio può essere intensificata trattando persona per persona come se fosse l'unica, nel momento, che interessa...

... non si possono trattare le persone come pezzi di batteria. Invece il senso della compagnia è il senso dell'individuo, della persona singola, perchè la persona è un singolo, non e' parte di un'immagine collettiva...

... la pazienza si esercita sul singolo, non su cento. Su cento si domina, ma il singolo si serve. A cento si porta la sbobba; è il singolo che ha bisogno di una cosa, e' il singolo che è a disagio.

... il piatto anche migliore non vale se non è amica e gentile la mano che lo offre...

Don Luigi Giussani provocato dai gestori della trattoria "Al Laghett" nei pressi dell'Abbazia di Chiaravalle (MI). Vita di Don Giussani pag. 791-792

La prima volta che mi capita, voglio andare anche io, con i miei amici, in questa trattoria...

giovedì 24 dicembre 2015

Natale 2015 - Abbandono, desistenza

Conosco bene l'uomo. Sono io che l'ho fatto. É uno strano essere. Perché in lui gioca quella libertà che é il mistero dei misteri. Gli si può ancora chiedere molto. Non è troppo cattivo. Ma quel che non  gli si può chiedere, Dio buono, é un po' di speranza, un po' di fiducia, insomma un po' di distensione, un po' di resa, un po' di abbandono nelle mie mani, un po' di desistenza. Lui si irrigidisce sempre.

C. Peguy "Il mistero dei santi innocenti"

Chiesetta Santa Maria Nascente - Pella (NO) giugno 2014

Perche', insieme, dentro la grande storia dove il Mistero ha voluto farci capitare, ci insegnamo a non irrigidirci troppo.

Buon Natale e un 2016 ricco di abbandono

domenica 29 novembre 2015

Cesare, il piemontese


Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perche' attendiamo? 
Cesare Pavese - Il mestiere di vivere

Sono del '54

Io sono del ’54. Quando avevo 7/8 anni, mio padre prese una decisione storica, compero’ una roulotte Roller da 4 posti. La mamma, casalinga e non avventurosa, era quasi disperata. Avevamo una Renault Dophine 850: foto non ne trovo, mi spiace, era uno spettacolo. L’avventuriero sentenzio’: “questa estate andiamo in Yugoslavia, a trovare il Gianni”. Questo Gianni era un suo amico un po’ strano: cacciatore e pescatore, metteva sempre braghe alla zuava, aveva sposato una francese e non amava la gente. Con l’auto e la tenda alternava un anno in Scozia, e uno sulla costa Dalmata, sempre lontano dalla folla, spesso, in isole quasi deserte.

Doveva essere “una” l’estate yugoslava, sono diventate “tre”: “Prima del mare andiamo a Plitvice!”.  Oggi Plitvice e’ un Parco Nazionale della Croazia: 16 laghetti magnifici che si uniscono con cascate, immersi in una foresta di faggi. A quei tempi la Yugoslavia era una, quindi, ottenuto il visto, roba non immediata, si poteva andare dove si voleva, o, si poteva, perche’ le strade erano un disastro, i campeggi non c’erano, si doveva fare la coda per comperare il pane e la mamma aveva paura a dormire in qualche spiazzo. Noi no.



Mio fratello, io e i genitori partivamo la mattina presto da Biella,  la sera si arrivava a Trieste (davvero…), si cercava un parcheggio vicino una pompa di benzina e si dormiva lì. Il giorno dopo si passava la frontiera, sempre con un po’ di ansia, i poliziotti yugoslavi scrutavano dentro l’auto con facce quasi cattive…

Nel giro di un km, cambiava tutto. La prima volta ci ha fatto visitare un camposanto per farci toccare con mano che nemmeno l’alfabeto era come il nostro. Il vecchio era geniale! Strade sterrate, salite, polvere. Guidava sempre lui, la mamma aveva la patente ma niente l’avrebbe convinta a mettersi su quelle piste. Nonostante il caldo i finestrini erano sempre chiusi ma ci permetteva di aprire il “deflettore”: lui lo chiamava cosi’, sulle macchine moderne non mi risulta ce ne siamo, era un pezzo di vetro triangolare che si apriva a compasso.

Il tardo pomeriggio arrivavamo a Plitvice. Lì il campeggio c’era, forse il piu’ attrezzato della Yugoslavia. Correndo ci scarnificavamo le dita dei piedi sbattendo contro i picchetti delle tende.  Tutti i giorni facevano una capra intera allo spiedo che poi vendevano a tranci ai campeggiatori. Tutti tedeschi, almeno mi ricordo cosi’. Poi c’era il Gianni, la moglie savoiarda e 2 figlie femmine che parlavano sia l’italiano che il francese e questa roba mi dava un po’ sui nervi perche’ non capivo tutto. Mio fratello se ne infischiava del bilinguismo delle nostre amiche.


Nel campeggio c’era un molo di legno che entrava nel lago. Una sera un tedeschino mi chiama, mi fa guardare l’acqua come se avesse visto un alligatore, mi abbasso e il bastardello mi butta dentro… Sapevo nuotare...

venerdì 23 ottobre 2015

Romaria - Nossa Senhora de Aparecida

Clicca per ascoltare il canto: https://www.youtube.com/watch?v=0nHo-lIJ4hM

É se sonho e de pó
O destino de um só
feito eu, perdido em pensamento
sobre o meu cavalo.
É de laco e de nó
de gibeira o jiló
dessa vida sofrida a sol.

Sou caipira pirapora.
Nossa Senhora de Aparecida
ilumina a mina escura
e funda o trem da minha vida. (2 v.)


O meu pai peão,
minha mãe solidão,
meus irmãos perderam-se na vida
em busca de aventuras.
Descasei, joguei,
investi, desisti,
se hà sorte, eu não sei, nunca vi.

Me disseram, porèm
que eu viesse aqui
p’ra pedir, de romaria em prece,
paz nos desalentos.
Como eu não sei rezar,
só queria mostrar
meu olhar, meu olhar, meu olhar. 

Nossa Senhora de Aparecida - Stato di San Paolo Brasile


È sogno e polvere il destino di un uomo solo come me, perso nei miei pensieri, sul mio cavallo. È destino di lazzo e nodo, di poveri calzoni da festa e gilet, di questa vita sofferta in solitudine. Sono un abitante dell’interno (della campagna), Signora di Aparecida (santuario vicino S. Paolo del Brasile), illumina l’oscura miniera e fondi le basi della mia vita. Mio padre era un "peao" (bracciante), mia madre era la solitudine, i miei fratelli si sono dispersi cercando l’avventura. Sono divorziato, ho giocato, ho investito, poi ho abbandonato. Se esiste la fortuna, non lo so, non l’ho mai vista. Mi hanno detto però di venire qui, in pellegrinaggio, in preghiera, per chiedere la pace nelle mie disavventure. Ma dal momento che non so pregare, sono venuto semplicemente a mostrare il mio sguardo.

Non siamo forse tu e io, amico mio, gli uomini di lazzo e nodo, di poveri calzoni? Non abbiamo altro che lo sguardo... 

martedì 19 maggio 2015

Bсе наоборот, altrimenti, tutto al contrario

Stiamo parlando dei primissimi tempi del Cristianesimo.

«Sono convinto che la forza di persuasione della setta cristiana  si basasse soprattutto sulla capacità di ispirare gesti che lasciavano a bocca aperta, gesti − e non soltanto parole − che contrad­dicevano i normali comportamenti degli uomini. Gli uomini sono così, non c’è niente da fare: i migliori tra loro vogliono [...] bene agli amici, e tutti vogliono male ai nemici; preferiscono essere forti anziché deboli, ricchi anziché poveri, grandi anziché piccoli, comandare anziché obbe­dire. È così, è normale, nessuno ha mai detto che era male. Non lo dice la saggezza greca e nemmeno la religione ebraica. Ora saltano fuori degli uomini che non soltanto dicono, ma fanno esattamente il con­trario.  All’inizio nessuno ne afferra la ragione, nessuno capisce a che giovi quell’assurda inversione di valori. Poi qualcuno comincia a ve­derci chiaro. Comincia a capire a cosa giova, ossia quanta gioia, quanta forza, quanta intensità guadagna la vita da quella condotta in apparenza insensata. E allora non ha più che un unico desiderio, fare come loro».

E. Carrère  Il Regno, Adelphi, Milano 2015, p. 148



giovedì 30 aprile 2015

Frodo e Pipino ovvero Allevatori Locana e Caseificio Elvo

Tra le colline del Canavese e il Gran Paradiso, in una valle verdissima d’estate, bianchissima d’inverno, c’e’ il paese di Locana con 7 aziende agricole che producono latte. Le cascine sono piccole, la produzione non troppa, la strada in montagna… cosi’, alla fine del 2014, il caseificio che raccoglie in valle (e paga poco) manda alle aziende la disdetta: dal 31 marzo 2015.

        Non facile risolvere la situazione. Per fortuna gli allevatori hanno un amico, il tecnico della Comunita’ Montana Valle Orco, Paolo Rolando, uno mica abituato ad abbattersi. Chiama tutti quelli che potrebbero dargli un aiuto e, alla fine, quasi al fondo della sua agenda, trova il Gianni (Longo), il Presidente del Caseifico Coop Valle Elvo di Occhieppo Superiore (BI): 4 milioni e passa di litri lavorati all’anno, non mao mao micio micio.


         “Gianni, come faccio? Cosa dico alla mia gente? Dammi una mano”. Cosi’ il Gianni lo invita nel “suo” stabilimento e parlano un bel po’. La settimana dopo ancora: loro due, piu’ altri che avevano invitato. Gianni vola a Locana a vedere le aziende e conoscere le persone. Paolo, provette alla mano, raccoglie il latte stalla per stalla, quasi vacca per vacca, e lo manda all’analisi: se si puo’ si aiuta, ma il latte deve essere “impeccabile”.

Gianni e soci si appassionano alla storia degli smarriti colleghi canavesani, cosi’ un giorno invitano a pranzo al caseificio – agghindato per l’occasione - i nuovi amici che arrivano con l’assessore del comune. Dopo il caffe’ riunione plenaria, volano parole grosse: soci in prova, raccolta del latte in valle, nuovo formaggio… chiamiamolo… Gran Paradiso… Ancora un incontro. Questa volta c’e’ anche il sindaco di Locana. Gianni e Paolo si sentono 2 volte al giorno… per tutto l’inverno.

Pian piano le prime idee buttate giù all’ingrosso, sembrano diventare percorribili e anche il terribile socio amministratore della Latteria, l’uomo della borsa, il ragionier Mario-niet, si lascia prendere dal clima euforico e dà il suo ok. Chi ci avrebbe creduto…

Si compra anche un (quasi) nuovo camion con serbatoio ma un autista che vada 2-3 volte la settimana lassu’ proprio non si trova. Il Gianni ha un asso nella manica, anzi una “patente piu’ CQC”: “se nessuno vuole andare, ci vado io!”. Un classico passaggio dalla storia al mito, come Frodo Baggins quando ha ricevuto l’anello.

Insomma, cosa sta capitando dal 1° aprile? Tenetevi forte, e stupiscano soprattutto quelli che sanno qualcosa di rapporti tra agricoli. I magnifici 7, anche con l’aiuto del Comune, daranno vita a un soggetto unico: Gruppo Allevatori Locana o qualcosa di simile. Diventeranno “soci in prova” della Coop di Occhieppo Superiore, anche per un tempo piu’ lungo della norma. Il Caseificio salira’ a raccogliere il latte e lo mescolera’ a quello dei soci storici (una trentina). I costi della lunghissima e tortuosa trasferta verranno coperti in parte dai nuovi soci, in parte dal Caseificio. Nel frattempo, solo con il latte canavesano, si faranno prove tecnologiche per produrre un formaggio che abbia caratteristiche e nome “riconoscibili” che dovranno soddisfare le aspettative (tecnologiche, organolettiche e commerciali) di entrambi i partner. Quando tutto sara’ a punto lo si registrera’ e su questo ci sara’ la griffe  di Gimo Cunico, maestro casaro conosciuto in tutto il mondo.

I locanesi hanno una chance: il passaggio dei turisti che vanno a sciare o a far merenda al Parco nazionale. Intercettare questi e vendere loro i prodotti del Valle Elvo e’ l’altra scommessa. Li devono informare, intrigare, provocare, stuzzicare, ingolosire di modo che, la tappa in paese, diventi una specie di Salone del Gusto della Valle Orco. Naturalmente vendere burro, formaggio e ricotta non si puo’ su un tronco facendo il conto con il pallottoliere, ci vogliono gli strumenti adeguati. Il Caseificio li puo’ imprestare. La voglia di mettersi in gioco e la strategia deve essere pero’ dei valligiani: non l’hanno mai fatto? Anche la Compagnia dell’anello ha dovuto combattere contro Sauron e Gollum: di sicuro, i gitanti, non sono cosi’ pericolosi...

Ma non basta. Con il tempo e qualche attrezzatura d’occasione, il formaggio, ideato e prodotto esclusivamente con il loro latte, se lo dovranno fare. La Coop mandera’ un casaro che insegnera’ a un giovane il mestiere, cosi’ verra’ meno la necessita’ di quel trasporto latte poco sostenibile e il giovane prescelto avra’ un mestiere in mano.


Se tutto funzionera’ si saranno raddrizzate diverse situazioni. Salvataggio delle aziende. Valorizzazione del latte valligiano e nascita di un formaggio “futuribile che contiene la tradizione”. Vendita di questo e di tutti i prodotti del Caseificio, direttamente al cliente con una sorta di secondo spaccio in… Paradiso. Nascita di un minicaseificio per evitare il lungo trasporto: aumento dei costi, peggioramento della qualita’ del latte, la spussa, il particolato del camion, la polverina dei freni... Un sodalizio “di ferro” tra gente di montagna testimoniato dal numero dei caffe’ (alcolici vietati dal Codice della strada) che ogni settimana il Gianni si sorbira’ dai nuovi soci.


        Solo vantaggi? I partner sono realisti: il diavolo ci mettera’ la coda. E’ realistico e scontato, lo si sa in partenza. Occorrera’ vigilare che egoismi da entrambe le parti (cosa umana quanto mangiare o fare pipi’) non prevalgano su una storia bella e pericolosa come quella di Gianni-Frodo, di Paolo-Pipino, dei loro amici, e... dell’anello.




domenica 5 aprile 2015

Pasqua 2015 - Non fatemi dormire

Piero della Francesca - Resurrezione - Sansepolcro (AR)

In fondo è tutto qui: domandarsi se ci sia un senso in questo cielo striato di nubi, in questi monti coperti di neve, in questi uomini e donne che stanno accanto a me; in quello che fanno, in quello che faccio io, se valga la pena cercare qualcosa di più, che vada oltre il vivacchiare e procurarsi l’ultimo telefonino.

Se non c’è un senso allora lasciatemi dormire, in questa sera di primavera chiara che sta passando e non ritornerà più. Niente di quello che ci circonda dura, neanche noi. 


Tu guardi i tuoi figli, chi o cosa ami, le cose che hai fatto con le tue mani, e sai che spariranno: la battuta ironica è come il ghigno del teschio. 


Ma ogni minuto che si vive ci dice che il senso c’è, e negarlo è la più evidente menzogna.
Se c’è un senso, qual è?


Entriamo dal portone, saliamo al piano di sopra. Un uomo sta bevendo del vino e spezzando del pane con gli amici. Tra poco tenteranno di ucciderlo, e ci riusciranno. 


Se fosse rimasto morto, forse quel senso ci potrebbe ancora sfuggire. Ma non è restato nella tomba. Ne è uscito, e ci ha detto: quello che c’è non finisce. E tu (sì, tu che stai leggendo) hai un senso.


No, non fatemi dormire stasera, perché la vita è da vivere.


(C. S. Lewis, Berlicche - Il Cielo Visto dal Basso) 


Buona Pasqua k

domenica 15 febbraio 2015

Il mondo è divenuto cristiano

Il mondo greco e romano non si è convertito a nessuna delle religioni orientali che, a turno o simultaneamente, hanno sollecitato la sua adesione; non si è convertito alla filosofia, malgrado la predicazione e gli esempi degli stoici e dei cinici; non si è convertito al giudaismo, nonostante la propaganda della legge mosaica; ma si è convertito al cristianesimo.


Il buon pastore - Roma Catacombe di Priscilla
Una trentina d'anni dopo la morte del Signore era possibile fare gia, nella comunità di Roma, una moltitudine immensa di martiri; e all'inizio del II secolo, un funzionario integro come Plinio il Giovane, aveva il diritto di dichiarare che, nella sua provincia di Bitinia, la nuova superstizione aveva invaso non solo le città, ma anche i borghi e le campagne. È stato senza dubbio scritto che, se il mondo non fosse divenuto cristiano, sarebbe diventato mitriaco (cfr F. Cumont, Textes et monuments figurès relatifs aux mysteres de Mithra, Bruxelles 1896, pp 276/277). A dire il vero noi non ne sappiamo niente e soprattutto resta il fatto che non è divenuto mitriaco, mentre è divenuto cristiano e lo è rimasto per molti secoli. La rapidità e la profondità di questa conversione sollevano gravi problemi e, prima di ogni altro, questo: perchè il cristianesimo è riuscito là dove son falliti tutti gli altri tentativi di trasformazione o di conquista degli spiriti antichi?

Gustave BARDY (1881 - 1955) La conversione al cristianesimo nei primi secoli - Jaka Book Milano 1981, p 121

giovedì 15 gennaio 2015

NON SONO CHARLIE



Prendo da Tempi.it e faccio mio, questo giudizio che, mi pare, il piu' pertinente tra quelli visti sino a ora sulla questione Charlie Hebdo e sue conseguenze.
 
Non mi faccio illusioni sugli effetti che avrà questa mia protesta ma desidero comunque avanzarla, sapendo che un buon numero di gesuiti della mia comunità prova le stessa cose anche se non può o non osa esprimersi». Comincia così la lettera di protesta che padre Jean-François Thomas, gesuita francese, ha inviato all’autorità competente della Compagnia per protestare contro la rivista dei gesuiti Études.


 «SCHIODATEMI». Questa infatti, per dimostrarsi vicina alle vittime dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, ha deciso di «ripubblicare qualche caricatura [del settimanale satirico] che riguarda il cattolicesimo» per esprimere «solidarietà ai nostri fratelli assassinati e alle altre vittime». Una delle quattro vignette ripubblicate mostra Gesù che chiede di essere «schiodato» per partecipare al conclave, in un’altra appare Benedetto XVI in versione gay che esclama «finalmente libero» dopo aver rinunciato al soglio papale. La rivista dei gesuiti francesi però non ha avuto il coraggio di pubblicare quella più celebre, con le tre persone della Trinità intente a sodomizzarsi a vicenda.

«LIBERTÀ DI BLASFEMIA?». «Noi non condividiamo, spero, nessuno dei “valori” ordinari di questo settimanale», scrive padre Thomas, secondo il quale «l’orrore dell’attentato non può» far dimenticare che «la libertà di espressione non è la libertà di offendere giorno dopo giorno i credenti e di commettere blasfemia contro Dio stesso». Il gesuita precisa che «non c’è alcun bisogno di una legge contro la blasfemia», basterebbero «buon senso, buon gusto e rispetto». E se «l’umorismo, anche sgradevole, può far ridere», la volgarità «eretta ad assoluto fa piangere e non fa che attirare ancora più odio».

LA COMPAGNIA NON È CHARLIE HEBDO. L’ultimo numero di Charlie Hebdo ne diceva di tutti i colori su Dio, Maria e la nascita di Gesù. Si può discutere sul diritto del settimanale di pubblicare blasfemie, «ma che una rivista della Compagnia lo faccia è scandaloso. La peggiore è quella su Benedetto XVI perché è quasi diffamatoria. Quanto alla violazione del dramma della Crocifissione, è spregevole. Non credevo che certi gesuiti potessero ridere di un soggetto del genere. Io personalmente piango ogni giorno a causa del mio peccato e di tutte le sofferenze vissute sulla carne da tanti cristiani perseguitati, molto meno difesi dalla redazione di Études».

giovedì 25 dicembre 2014

Natale 2014 - Per cosa siamo qui?

Riccione 1976 -  Don Giussani

Possiamo entrare benissimo in tutte le cooperative del mondo, possiamo entrare in tutte le associazioni del mondo e dare il nostro contributo al bene comune attraverso di esse, ma il cristianesimo non e’  un’associazione di questo genere…
Noi non siamo qui per questo, il nostro scopo di cristiani non e’ questo.  Allora,   per che cosa siamo qui?

...stavamo camminando lungo una strada, abbiamo sentito uno, un ideologo che parlava, ma era piu' che un ideologo, perche' era un tipo serio, si chiamava Giovanni Battista. Siamo stati lì ad ascoltarlo. Uno che era lì con noi ha fatto per andarsene e abbiamo visto Giovanni Battista che si e' fermato a guardare quello lì che andava via e a un certo punto si e' messo a gridare : " Ecco l'Agnello di Dio". Gia', un profeta parla in modo strano. Ma noi due, che eravamo lì per la prima volta, venivamo dalla campagna, da lontano, ci siamo staccati dal gruppo e ci siamo messi alle calcagna di quell'uomo, cosi', per una curiosita' che non era curiosita', per un interesse strano, chissa' chi ce l'ha messo dentro, e lui si e' voltato a un certo punto e ci ha detto: "Cosa volete?", e noi: "Dove stai di casa?", e lui: "Venite a vedere"...

Bill Congdon -  Nativita'  La roccia splendente
fino al 31 gennaio 2015 Milano, Chiesa San Raffaele (via S Raffaele 4)
Noi siamo nel mondo per gridare a tutti gli uomini: Guardate che e' tra di noi una presenza strana; tra di noi, qui, ora, c'e' una presenza strana; il Mistero che fa le stelle, che fa il mare, che fa tutte le cose, che va infinitamente al di la' di ogni orizzonte che noi possiamo raggiungere, questo Mistero e' diventato un uomo, e' nato dal ventre di una donna, un bambino, a Betlemme; e poi e' cresciuto, ed era un bambino; poi e' cresciuto, ed era gia' un adolescente...

La conseguenza del guardare Lui, del guardarlo parlare, del sentirlo, del dire a tutti: E' qui, e' qui tra noi, il Dio fatto uomo, la conseguenza contingente per chi dice cosi' e' che vive meglio - meglio -; non risolve, ma vive meglio anche i problemi della sua umanita': vuol piu' bene alla sua donna, sa come voler piu' bene ai figli, vuol piu' bene a se stesso, ama gli amici piu' degli altri... soccorre il bisogno degli altri come puo', come se fosse il suo bisogno, guarda il tempo con speranza e percio' cammina con energia...

Che - nel 2015 - possiamo sempre riconoscere quella strana presenza.

lunedì 18 agosto 2014

Lettera a messer Duccio da Boninsegna, nato a Siena 11 ottobre 1254



Caro Duccio, possiamo darci del “tu”? Mi conosci poco ma, quando avrai finito di leggere questa lettera, potremo considerarci buoni amici, poi nel XXI secolo ci si tratta piu’ familiarmente (a volte troppo) che non a cavallo tra il duecento e il trecento.

Come sai, circa un mese fa, sono venuto a Siena a vedere il tuo capolavoro (se ti e’ passato di mente leggi sotto). Ricorderai che ero molto emozionato, ma volevo presentare la Tua mostra meglio possibile, quindi vederTi di persona l’ho considerato necessario.

Una dei dettagli che piu’ mi ha colpito e’ stata la tua dedica alla Madonna. Quella che, un po’ sfacciatamente, hai voluto scrivere sul gradino del trono. Te la ricordi?  Sono passati piu’ di settecento anni… MATER SANCTA DEI / SIS CAUSA SENIS REQUIEI / SIS DUCIO VITA / TÈ QUIA PINXIT ITA (Santa Madre di Dio, sii motivo di pace per Siena, sii per Duccio vita che qui Ti ha dipinta) 

L’hai dipinta splendidamente e Le hai chiesto la vita eterna! Ero rimasto che i tuoi colleghi iconografi russi non firmavano le loro opere perche’ dicevano – piu’ modestamente di Te – che imprestavano la mano a Dio. Tu no, da toscanaccio viveur, quella ascetica modestia ti era sconosciuta.

Non si sa bene quando sei nato. Si dice attorno al 1255. Facciamo cosi’, mettiamo una data possibile: l’11 ottobre 1254. Esattamente sette secoli dopo nascevo io. Tu grande maestro di pittura, io non so fare l’O con il bicchiere. Tu grande spendaccione: quando sei morto, 8 anni dopo aver dipinto la Maesta’ e aver guadagnato 3.000 fiorini (una cifra iperbolica), i tuoi figli hanno rinunciato all’eredita’: ci avevi dato dentro con le spese, vecchio gaudentone? Io tirchio di famiglia. Tu notissimo nei tuoi paraggi: il 9 giugno 1311, il giorno che hai finito l’opera, tutta Siena si e’ fermata e, dai grandi notabili fino all’ultimo straccione, hanno accompagnato il carro che trasportava la Divina Bellezza, dal tuo laboratorio al Duomo. Forse sei stato portato in trionfo e, comunque, sarai stato invidiato da tutti. Io modesto agronomo di montagna, sconosciuto anche ai piu’ vicini. 

Pero’, a pensarci bene, non siamo cosi’ diversi. Non hai avuto modo di conoscere Leopardi. E’ nato nelle Marche nel 1798 e morto ancora giovane.  Si chiamava Giacomo… Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro... Era nobile (con un nome così...), faceva il poeta e, come Te, era un grande artista. Una delle sue liriche piu’ belle si intitola: Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Parla di questo pastore che si pone le domande di tutti e le fa alle sue pecore e alla luna:

 …con la mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in ciel arder le stelle; Dico tra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito Seren? Che vuol dire questa Solitudine Immensa? Ed io che sono?

Dimmi: perche’ giacendo A bell’agio, ozioso, S’appaga ogni animale; Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? Forse s’avess’io l’ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Piu’ felice sarei, dolce mia greggia, Piu’ felice sarei candida luna?

Oh, lo sai che nel 20mo secolo hanno inventato delle macchine che volano?  E non solo sopra la terra – quella ormai e’ una roba normale - ma 2  uomini, nel 1969, hanno fatto una passeggiata sulla Luna… S U L L A  L U N A… e certe macchinette – senza autista - vanno oggi in giro per Marte e mandano fotografie (come un quadro, piatte ma molto aderenti alla realta’ e le sanno fare anche i bambini, basta schisciare un bottone!) e scavano per terra e analizzano le rocce e spediscono i dati sulla Terra… Una roba che Tu, medioevale artigiano, non puoi neanche immaginare. 

Comunque, per dare una risposta al pastore, che si chiedeva se sarebbe stato piu’ felice se avesse potuto volare, ora e’ sicuro al 100%: NO! Sempre uguale, come prima. GIURO! E si pensa che se uno riuscisse a sdraiarsi sulla coda di una cometa, S U L L A  C O D A  D I  U N A  C O M E T A… capito? Sarebbe uguale: stesso tedio di quell’analfabeta, ma non scemo, pecoraio asiatico!

E allora? Allora avevi ragione TU, medioevale gaudente, spendaccione e magari neanche troppo onesto, che tutti potevano venire a controllare se dipingevi o ti trastullavi, visto che ti pagavano “a giorno”. Bisogna “alzare lo sguardo” a quella Signora che hai cosi’ bene dipinto che ci meravigliamo anche oggi. Oggi che possiamo “volar su le nubi, e noverar le stelle ad una ad una…”. Alzare lo sguardo e smettere di guardarci l’ombelico e sapere che la risposta c’e’, al tedio, all’animo inquieto, alla paura del nulla o alla paura reale di restare senza amici o senza lavoro o, peggio, di venir deportati nel Gulag o, peggio ancora, di venir massacrati da una banda di assassini, come capita in questi giorni nel nord dell’Iraq (è un posto nell’Asia dove, forse, andava a pascolare il pastore che ha immaginato il Giacomo). La risposta passa da quella Signora sul trono, con il Bambino serio in braccio e gli Angeli e i Santi estasiati. Passa di lì. 

Fammi un favore, visto che adesso ci conosciamo, dille una buona parola per me: nome Costante, cognome Giacobbe, nato a Biella (Italy) l’11 ottobre 1954, codice fiscale gcbctn54r11a859n, alias Kostik, visto che la Maesta’ non saro’ mai capace di dipingerla e non avro’ la possibilita’ di raccomandarmi sullo scalino come hai fatto Tu (che non conosci riservatezza).
Grazie. Stai bene.
Tuo.
k

martedì 15 luglio 2014

La Divina Bellezza e l’asu ‘d Cavour, ovvero “Francigena 3”

      In un piemontese che non era il suo, mia nonna – classe 1900 -, quando la provocavo, sibilava: i asu ‘d Cavour… i asu ‘d Cavour (gli asini di Cavour), e lasciava in sospeso. Ero piccolo ma capivo cosa voleva dire.

Lunedi’ scorso  telefona la nostra amica C e scompagina i programmi: “…stasera evento! Via skype ci sara’ una lezione della Mariella Carlotti sulla Maesta’ di Duccio di Buoninsegna!” Chissa’ che roba e’… Non sono di sicuro un gran esperto, ma il titolo mi intrigava, quindi ho aderito subito. 

La lezione e’ stata una scoperta travolgente: gli iconoclasti, Cimabue, Giotto, Siena contro Firenze, il ‘300, la Civitas Virginis, la forma della Piazza e della Torre… Alla fine ero diverso da prima, non so, piu’ amico della realta’, piu’ consapevole della grande storia e delle opere prodotte dal popolo cristiano…

La lezione era stata comunicativa ed esperta, fatta alla buona da questa nostra amica, intanto che cucinava per i suoi ospiti, per farci un favore, in totale familiarita’. Ci raccontava cose stupende ma… come piffero e’ fatta sta “Maestà”…? Per fortuna c’e’ internet: come si faceva prima? 



Guardo e riguardo le immortali immagini e alla fine prendo una capitale decisione: 2 giorni di ferie piu’ sabato e domenica, la bici lungo la Francigena e vado a vedere il Duccio… dal vivo! Innamorato a prima vista del Buoninsegna e dal popolo che l’aveva cresciuto, per la terza volta sulla Francigena, ero veramente orgoglioso di me e volevo dirlo a tutti… I asu ‘d Cavour, sai laudu nen i autri, as laudu da lur (se non li lodano gli altri lo fanno da soli)

Martedì e mercoledì a lavorare come matto per portarmi in pari, l’ultimo giorno fino a mezzanotte. Giovedi’ mattina non avevo preparato nulla. Giu’ dalla branda alle 5,15. Cambi di vestiti (uno per pedalare, uno civile), un sacchetto della farmacia come beauty case, le sacche della bici ben compaginate, un’occhiata al sito trenitalia tanto per capire che il viaggio “ciclo al seguito” mi avrebbe fatto consumare troppo tempo, quindi auto… sino a Lucca. Qualche minuto prima di mezzogiorno ero li’. Perfetto. Salvo una cosa: il tempo…

Luglio dimmerda questo del 2014. Mi lascia attraversare la citta’, da porta a porta, poi devo infilarmi in un bar e mettere al coperto la bici: nubifragio n° 1. Tira e molla tutto il pomeriggio: parto quando spiove, riprende, cerco riparo, eccetera. Cosi’ 3 o 4 volte.

Ma la strada e’ ben segnata, il fondo d’asfalto, poco traffico e intanto era tornato il sole. Così non fatico ad arrivare a S. Miniato (basso): 53 km e un albergo per la notte con un buon ristorante nei pressi. Attacco bottone con i locali, tanto da capire che il giorno dopo la musica cambiera’, anche solo per arrivare in centro: 3,5 km di salita e non per cosi’ dire…

Venerdi’ mattina. Sole. Morale alle stelle. Si fa la salita e si pregusta la discesa che… non c’e’. Per la verita’ c’e’ ma e’ ripidissima e breve e termina con una nuova dura salita. Ad un certo punto una brusca deviazione sulla destra e una strada bianca cavalca le colline. Si vede che corre là, lontano. “L’he perfetta, l’he tutta ‘nghiaiata”, mi dice un agricoltore, cosi’ mi inerpico. In effetti le prime centinaia di metri erano domestiche (si veda la foto), ma dopo...



Nel seno della Val d’Elsa, attorno non un’anima, paesaggi mozzafiato, prati di medica, boschi, oliveti, vigneti, comparivano anche i cipressi, insomma… Toscana, Toscana vera! Come la ribollita, i cantuccini e la Venere nuda degli Uffizi. Discese ardite, dove faticavo a non ribaltarmi in avanti e risalite spericolate a spingere a piedi la Caprice (Bressan - Biciclette Speciali, non mao mao, micio micio) con sacche piene. Mi credete se dico che quel giorno sono sceso e risalito di sella 150 volte?

Collassatissimo arrivo al salitone che porta a Gambassi Terme. Saranno state le 13.30. Non mollo e mi presento in osteria a reclamare un piatto di affettati e altre goloserie fredde, ben deciso – nel pomeriggio – a non staccarmi dalla strada asfaltata e coprire, con il minimo dei danni, i 15 km che mi tenevano lontano da S. Gimignano. 

La bella ostessa pero’ mi provoca dicendo che la strada bianca e’ piu’ corta, infinitamente piu’ romantica, sicuramente piu’ adatta a un vero pellegrino… Non avendo mai saputo dire di no alle fanciulle, mi faccio ricatturare dall’umida e boscosa Elsa che mi prosciuga le residue forze. Getto la spugna a 5 km da S. Gimignano dove trovo un hotel… di qualita’.



Mi riposo prima e dopo cena, guardo svariate volte il meteo perche’ non voglio credere che il pomeriggio di sabato ci saranno nuovi nubifragi. Eppure e’ cosi’.  Dormo come un angelo. Sabato mattina un gran sole copre l’insidia del pomeriggio. Riparto di nuovo su e giu’ per colline. Arrivo fresco a S. Gimignano ma so due cose: mia moglie non gradirebbe vedermi arrivare domenica sera e non voglio ciapare un secondo nubifragio. Cosi’ piglio una decisione poco sportiva ma utile alla mia salute: vado a Siena… in pullman…

Ero partito per pedalare e ammirare la Divina Bellezza. La prima cosa era fatta, le gambe un poco doloranti lo testimoniavano, la seconda restava da fare. Sempre spingendo la bicicletta – stavolta non per la durezza del percorso ma per l’abbondanza di distratti turisti – lego con due lucchetti la bici a una robusta catena tesa tra 2 artistici paracarri in Piazza Duomo e mi procuro il biglietto:  € 7, ben spesi. 

Trattenendo il fiato entro nella sala dedicata alla Maesta’ e capisco cosa Mariella aveva voluto dirci: nel ‘300 ce n’erano 2 di fenomeni tirati su alla scuola di Cimabue: Giotto affreschista e la sua Cappella (Scrovegni, Padova) e il Duccio con la tavola di pioppo. Lo potevo toccare (non l’ho fatto, per non essere denunciato), vedevo le nervature del legno dove si era persa la pittura, le stesse nervature che LUI aveva visto e poi, chissa’ per quanti anni, piu’ nessuno. Vedevo il basamento del trono con l’invocazione alla Madonna: per se’ e per la sua pericolosa citta’. 

Avevo finito. Le tappe francigene S. Gimignano-Monteriggioni e di lì a Siena le percorrero’ un’altra volta. Stazione, al volo sul treno per Firenze e poi per Lucca a recuperare, sotto la nuova tempesta (non sbagliano, eh…), l’auto, poi… addio Toscana… se Dio vuole ci rivediamo...

domenica 18 maggio 2014

Pratibei fienagione

Pratibei e' la nostra cascina a Pollone, vicino a Biella, in Piemonte al confine con la Valle d'Aosta. Non l'abbiamo battezzata noi cosi', il nome e' molto antico. Sono circa 12 ettari di prato. Su questi ogni anno facciamo 3 tagli: fèn, riorda, tarsola, che in italiano si dicono: maggengo, agostano e terzuolo.


Si taglia quasi in tutti i prati con una falciatrice rotante mossa dal trattore, ma, in certi appezzamenti, bisogna operare con la motofalce, come in questo caso dove il Teo taglia nel prato chiamato Canonich.



L'immagine dovrebbe far capire dove si puo' usare la rotante e dove, invece, bisogna avere la pazienza di tagliare l'erba con la barra falciante (cliccate sulla foto per ingrandirla).



I prati lontani ricevono meno letame, sono poveri di specie foraggere ma ricchissimi di fiori spettacolari, almeno nel primo taglio.



Gli iconografi russi non firmavano le loro opere perche', dicevano, prestavano la mano a Dio. Annamaria fa la stessa cosa con Pratibei: un piccolo capolavoro non firmato.

domenica 4 maggio 2014

L'Acqua nera

Amo i Navigli lombardi, l'ho gia' scritto e ribadito. Ci vado spesso. Anche ieri.
  
Il mio amico Moe (per la verita' si chiama Andrea) lavora a Milano e ha una collega di Boffalora. Parlando del piu' e del meno, questa signora, gli racconta della devozione delle genti locali alla "Madonna dell'acqua nera". Lui, conoscendo la mia predilezione per il Milanese, mi mette al corrente. Caspita... dell'acqua nera...? Si poteva resistere? Mi metto in bici dal Sesia e, per strade straconosciute, entro nel Naviglio Grande a Turbigo. 

Prima sorpresa. Mi fermo per guardare l'acqua, fare qualche messaggio e bere. Seduto nei pressi c'era un pescatore. In questi anni ne ho incontrati mille: mai vista una cattura. Tanto che, stare con la canna in mano, pensavo fosse una scusa per la moglie. Questo invece ciappa qualcosa di grosso. L'aiuto con il retino e portiamo a riva un gran barbo. L'amico lo slama e lo rilascia. Ci mettiamo a parlare di pighi, cavedani e barbi, di corrente forte che lo fa tribulare: un tipo simpatico. Lo saluto e riparto. Non avevo fatto 20 metri che sento un urlo e un fischio. Mi volto. Era ancora lui impegnato a recuperare di nuovo! Tira fuori un'altro barbo: mi aveva richiamato un po' per dimostrarmi che era in gamba (sicuramente lo era), un po' per farmi sentire che i baffi del barbo non pungono (anche questo è vero). 

Boffalora. Gelato vicino ai portici poi chiedo indicazioni alla gelataia: verso il Ticino, continuare sulla via non asfaltata che parte all'altezza di una curva a sinistra, un km circa... L'aveva fatta un po' troppo facile e, soprattutto, aveva dimenticato un particolare non irrilevante: la chiesa e' dentro una grossa cascina dove c'e' anche un ristorante.
Madonna dell'acqua nera - Boffalora sopra Ticino (MI)

Dopo qualche mini difficolta' ci arrivo. La chiesetta/santuario e' stata costruita nei primi dell'800 per ricordare un evento prodigioso. Un carro: uomini, cavalli e carico, per il cedimento di un ponte, cade nel fiume e, per intercessione di Maria, nessuna perdita! 50 o 60 anni dopo (1868) la chiesetta diventa baluardo insormontabile per una grandiosa piena, come se la Madonna avesso posto la sua mano. La storia e la posizione sono belle, oggi, forse, il Ticino ha allontanato il suo corso, tanto che non si vede e non si sente. La chiesa era aperta e frequentata. Al sabato pomeriggio (16.30) c'e' la Messa. 

Come funzioni il ristorante della cascina non so. Erano le tre e mezza, poi i ciclisti - se vogliono continuare a pedalare nel pomeriggio - devono tenersi leggeri...

Ritorno da Magenta in treno. Potere al pedale!


giovedì 24 aprile 2014

Santa Pasqua 2014



Христос воскрес! Воистину воскрес!

Gaudenzio Ferrari
Valsesia 1478 - Milano 1546



Cristo e’ risorto! E’ davvero risorto!

Annamaria, Costante, Valeria, Matteo, Yulia e Zlata